I libri non sono letti per ricordare. I libri sono letti per
essere dimenticati e sono dimenticati così che li puoi
leggere di nuovo. La biblioteca è una collezione di
sogni, è una possibilità di costante ritorno ed ogni
ritorno può diventare la prima venuta-Jerzy Pilch
Nel giugno del 2005, quando Jerzy Pilch giunse a Roma per due incontri per la presentazione del suo libro in italiano Sotto l’ala dell’Angelo forte, pubblicato dalla Fazi, in Polonia era da tempo giornalista e scrittore famoso, riconoscibile per il suo stile brillante, capace di fondere in un’unica medaglia il comico e la tragedia. Nella capitale Pilch si godette il soggiorno andando in giro per il centro storico con la sciarpa della Roma legata al collo, regalo del suo traduttore italiano, e la scritta sulla testa “ Chi beve birra campa cent’anni”. Interrogato su quella frase, rispose “Temo che non sia vero, altrimenti ci sarebbero in giro più centenari di quelli che invece vediamo”. i due incontri programmati vengono riportati così: “martedì 21 giugno alle ore 19,00 Pilch sarà all’Istituto Polacco di Roma in Via Vittoria Colonna, 1. Interverrà Wlodek Goldkorn (giornalista e scrittore di origini polacche, da tempo in Italia); Giovedì 23 giugno 2005 alle ore 18,30 presso la Birreria Peroni di Mizzoni in Via Brescia 24 a Roma, l’autore e Lorenzo Pompeo (il traduttore) parlano del romanzo di fronte a un boccale di birra. Ai lettori che porteranno una copia del libro o che la compreranno durante la presentazione sarà offerta ‘una bionda’.” Ecco, una bella “ bionda” come gentile omaggio e siamo subito in tema.
Nato in un paesino della Polonia nel 1952, Jerzy Pilch ai luoghi della Polonia, soprattutto Varsavia e Cracovia, riconduce sempre le sue opere, la Polonia come terra universale, centro del mondo, di esperienza e sofferenza di ogni essere umano, centro di storie alcoliche. Il libro, tradotto e pubblicato dalla Fazi, l’aveva scritto nel 2001 e bisogna sgomberare il campo dall’errore nel quale si può facilmente incorrere non sapendo che tratta di dipendenza dall’alcol. Nella traduzione italiana del titolo, infatti, quel “ Sotto l’ala dell’angelo forte ”’ può far pensare ad una figura salvifica in grado di proteggere il protagonista dai mali, un angelo custode, un San Michele Arcangelo, principe delle milizie celesti, in realtà nel titolo originale non c’è nessuna “ala” protettiva ma “Pod mocnym aniołem” è solo il nome di un bar che esiste davvero a Cracovia, la traduzione precisa sarebbe “All’angelo potente” dove Jerzy beve in compagnia di altri disperati. Se si conoscono la Polonia e le sue abitudini linguistiche si sa che la parola “Pod” è molto comune nei nomi dei locali e fa riferimento all’insegna del bar, pub, locanda che sia. Insomma, “l’angelo potente” non solo non protegge proprio nessuno con la sua ala ma è l’ingresso per l’autodistruzione in fondo al bicchiere. Però la faccenda del titolo scelto nella traduzione italiana ha delle ragioni; nel romanzo, infatti, c’è una figura femminile redentrice, il cui nome è Alberta ma che viene chiamata “Ala” e, allora, si capisce perché l’editore abbia voluto fondere l’elemento del nome del bar con la figura della donna amata dal protagonista.
Per questo libro nel 2001 Jerzy Pilch aveva vinto in patria il premio Nike, il più prestigioso premio letterario istituito in Polonia dopo la caduta del regime sovietico.
LA SITUAZIONE DELLA POLONIA
E’ necessario ricordare che In Polonia la data del 1989 segna un discrimine non solo per le derivate trasformazioni socio-economiche nel tessuto della nazione ma anche per il campo letterario, spazzando via la dicotomia che aveva dominato fino a quel momento tra letteratura “di regime” e letteratura “di opposizione”. Si allarga la visuale a temi e prospettive inediti, vengono date voce e visibilità a quelle nuove tendenze che già da alcuni anni cominciavano, sotterraneamente, ad affermarsi. E così accade che le vecchie formule della letteratura al servizio della politica, sia nella prosa, sia nella poesia, sono sostituite dalla crescente volontà degli scrittori di occuparsi di temi diversi, di raccontare finalmente se stessi. Non dimentichiamo, inoltre, l’altro effetto dirompente della caduta del regime: la scomparsa della censura e la conseguente riconquista della libertà di espressione che spingono pubblico e intellettuali a recuperare opere proibite o ignorate fino a quel momento. Si modifica il linguaggio che non è più quello dell’ esaltazione patriottica e sociale che aveva dominato il panorama letterario nei primi anni del decennio. E Pilch con la sua prosa grottesca, surreale, brillante anche se nel solco della tradizione, non fatica ad emergere.
JERZY PILCH, LO SCRITTORE, L’UOMO
In Confessioni di un autore di letteratura erotica, del 1988, multipremiato, Pilch racconta con ironia se stesso e le proprie disavventure mascherandosi, ma non nascondendosi, dietro il personaggio che si muove con evidente comicità, ma che è in grado di far emergere tutta la drammaticità della vita. Per sua stessa ammissione, sappiamo di Pilch che tra se stesso e i suoi personaggi esistono solo poche differenze, che tra se stesso e se stesso a volte ci sono alcune sottili differenze ( e questa è un’osservazione acuta e non paradossale), che lui, nel corso della vita, è stato dominato dalla sua lingua, dalle donne e dall’alcol. Il mio primo suicidio del 2012, scritto in uno stile irresistibile, è una raccolta di racconti che mette insieme ironia e humor, aneddoti e gossip, amore e desiderio.
Sappiamo, quindi, che Jerzy era dipendente non solo dall’alcol, dipendenza che poi esamineremo più in profondità, ma anche dalle donne, con le quali ha questa idea di relazione: “ “Una vera relazione tra una donna e un uomo dovrebbe essere malata. La tossicità è un prerequisito per un buon rapporto . Per relazione non tossica intendo quella in cui rispettiamo la libertà del nostro partner, in cui il partner deve avere un ampio margine per la sua libertà ecc. …. Mi sono assicurato che le donne con cui stavo fossero strettamente con me. Cioè, gira e rigira, per ventiquattro ore di fila. Camminare insieme, cenare e leggere il giornale, fisiologia condivisa, stesse malattie, stessoodore corporeo, stesso ritmo di respiro. Le relazioni scarseggiano di questi tempi. Non si entra nella propria testa, è tossico puro, anche in una furia d’amore non si devono, dicono, sopprimere i bisogni dell’altra persona, la coppia più amorevole deve prendersi cura dei margini – e questo è un grande margine – di libertà, ecc., ecc., ecc. Beh, o siamo una coppia o non lo siamo.Così come siamo, non ci mettiamo solo sulla testa, ma anche sulle spalle, sul petto, sul busto, sulle mani, sulle gambe, sui polmoni, sui reni, sul cuore, anche sull’intestino, sul cervello, sulla milza. Cagare, soffocare, perdere tutto: unicità, individualità e. soprattutto, libertà. Non ci sono distanza, rispetto e altre catastrofi, c’è divoramento reciproco di se stessi. Se ami davvero, praticamente non ci sei più…” (Da un’intervista alla giornalista Katarzyna Kubisiowska).Un’idea totalizzante, assoluta e viscerale, una relazione cannibalistica in senso fisico e spirituale.
Seguendo Pilch nelle interviste, nelle dichiarazioni, leggendone le opere, osservando il suo aspetto, vediamo un uomo elegante, gradevole con occhiali e capelli spettinati, buffo nella sua imitazione del gatto disgustato o nella sua posizione col sorriso della Gioconda stampato in faccia. Percepiamo una personalità sfaccettata, scettica ma accattivante. Un carattere tenebroso, complesso ed estremamente originale, ma anche uno spirito poetico tendente alla nostalgia con un tocco di raffinato distacco. I romanzi di Pilch sono sempre narrazioni autobiografiche. Le sue passioni, le sue debolezze, le sue ossessioni erotiche sono la base delle sue storie. Lui le racconta, le mette a nudo, le espone in vetrina, non per farcele ammirare ma per farcele guardare senza filtri, senza moralismi. Per questo stabiliamo con lui una sorta di familiarità, per questo nasce perfino una specie di tenerezza e comprensione tra lui e noi perché, afferriamo il persistente, sottostante senso di disperazione presente nelle sue pagine. E’ vero, usa il sarcasmo ma in lui non è mai l’altezzosità o il distacco dell’intellettuale. Per forza di cose associamo Pilch alla sua eterna dipendenza dall’alcol ma anche al suo amore inattaccabile per il calcio, alla passione per il cioccolato al latte e al suo scetticismo sulla specie umana, se stesso compreso, tanto da fargli sostenere che il gatto sia l’unica creatura perfetta, da sempre e senza la necessità di alcuna evoluzione.
IL TRADUTTORE, LA SFIDA, LA FILOSOFIA ETILICA
Tornando all’opera Sotto l’ala dell’Angelo Forte facciamo parlare il suo traduttore italiano, Lorenzo Pompe, che spiega molto bene argomenti, contenuti e difficoltà che si è trovato ad affrontare: Dopo qualche anno di trattative, di paziente attesa e di insistenti pressioni da parte del sottoscritto, finalmente esce la traduzione italiana di un autore popolarissimo in patria e fino a ieri del tutto sconosciuto qui da noi. Se da una parte le traduzioni dal polacco non rappresentano più quella “esotica rarità” di qualche tempo fa, dall’altra non sempre gli editori italiani, nella scelta degli autori polacchi e delle loro opere, sono riusciti a cogliere nel segno. Per caso, per coincidenza o per intuito, nel caso di Jerzy Pilch, la Fazi ha colto il meglio di quanto potesse offrire il panorama letterario contemporaneo della Polonia. Protagonista del romanzo è Jurus, scrittore affermato (le ispirazioni autobiografiche sono scoperte). Il libro è la confessione-diario dei suoi frequenti soggiorni presso il reparto degli alcolisti cronici. Jurus, nei suoi ripetuti soggiorni ospedalieri, ha l’abitudine di mettere la sua raffinata penna generosamente a servizio degli altri alcolizzati, costretti dal programma di recupero a tenere un “diario dei sentimenti”. La biografia del protagonista, la sua vita, la sua scrittura e quella degli altri personaggi si incrociano e si contaminano in un’atmosfera sospesa tra la realtà, il delirio (alcolico e non) e la creazione letteraria, tra la vita e la morte, condita da frequenti digressioni nel campo della “filosofia etilica”, materia che l’autore dimostra di conoscere a perfezione Il Dottor Granada, direttore del reparto degli alcolizzati cronici, è un suo raffinato conversatore, Jurus esporrà, in queste conversazioni, i principi della sua “filosofia etilica”. Nei capitoli successivi l’autore sviluppa i principi di questa dialettica, sostenuta da dotte citazioni e da un’abile costruzione delle argomentazioni nella quale l’abilità dell’autore raggiunge vette di virtuosismo. Pagina dopo pagina facciamo la conoscenza con gli altri “ospiti” del reparto degli alcolisti cronici, interpreti “involontari” di quella “dialettica etilica” che il protagonista mostra di possedere a perfezione, nella quale il sogno e la realtà si confondono e il tempo perde ogni preciso contorno. Ma capitolo dopo capitolo diventa sempre più evidente che questa raffinata “dialettica etilica”, questo virtuosistico balletto di tesi e antitesi, porta inevitabilmente alla morte e il carnevale, lentamente e inesorabilmente si sta trasformando in un funerale. Uno dei più pittoreschi ospiti del reparto, il parrucchiere e musico don Giovanni Ziobro muore nel delirio alcolico mentre Simone il Buono, che aveva tentato di fuggire, cade nella schizofrenia. A questo punto anche il protagonista comprende: se vuole sopravvivere dovrà fare i conti col suo personale “demone” e alla fine solo uno dei due uscirà vincitore. Questa volta deve compiere una scelta tra la “dialettica etilica” e la vita. Giunto all’orlo del precipizio (a due litri e mezzo di vodka dalla fine) Jurus finalmente comprende che la posta in gioco è la sua vita e grazie al sostegno di una presenza femminile, vincerà la sua personale partita con “l’Angelo forte”. Il romanzo si chiude con il protagonista che sorseggia una tazza di tè su una veranda con un’ampia vista insieme alla sua compagna. La scelta dell’illustrazione e del frammento citato sul quarto della copertina della versione italiana indirizzano il lettore verso un’unica direzione: un romanzo sull’alcolismo. Ma Sotto l’ala dell’Angelo Forte non è un libro di un alcolista compiaciuto e Pilch, evidentemente, non è un Bukowski o un Evrofeev polacco, anche se la presenza di un elemento autobiografico, a cominciare dal nome del protagonista, Jurus (diminutivo di Jerzy) è evidente, Sotto l’ala dell’Angelo Forte è un romanzo di uno scrittore che non ha nessun bisogno di vestire i panni dello “scrittore maledetto”. Non è l’alcool il tema centrale del romanzo, quanto, semmai, la potente soggezione esercitata dall’alcool (alias l’Angelo Forte, figura dell’Apocalisse) sul protagonista, dalla quale faticosamente e dolorosamente Jurus riesce a liberarsi. Ma se la concezione del romanzo è semplice, elementare, nel suo scoperto gioco autobiografico, la sua esecuzione è, al contrario, estremamente complessa. Non è il soggetto il punto di forza del libro, ma semmai la lingua. Jerzy Pilch è uno scrittore dotato di un personalissimo stile, nel quale anche la traduzione italiana si è dovuta calare. La lingua dell’autore è aulica e forbita e proprio dal contrasto col soggetto del romanzo scaturisce quella vena di ironia leggermente surreale che lo caratterizza. Proprio quando il lettore si aspetta un incontrollato fiume di parole, un magmatico flusso di coscienza sotto l’effetto delle sostanze alcoliche, si trova di fronte a un periodo ordinato da uno schema preciso sottoposto alle regole della retorica. Non è un caso che in Polonia molti critici hanno speso l’aggettivo “barocco” per definirlo. Le citazioni, a volte criptiche a volte scoperte, dalle Scritture, che rappresentano un lontano riflesso dell’educazione protestante dell’autore, non fanno che rafforzare l’ipotesi di questa lontana affiliazione col ricchissimo patrimonio letterario del ‘600 polacco.
PERCHE’ BEVI?
Estratto dal libro: “Perché bevi?”, chiese Alberta. “Alberta”, risposi con un groppo alla gola, “se ti avessi conosciuto vent’anni fa, adesso non berrei affatto”. “In primo luogo, vent’anni fa avevo solo quattro anni e, se mi avessi davvero conosciuto a quel tempo, allora sì che ti saresti dato all’alcol, avresti bevuto il doppio, o cento volte di più”, rispose lei. “E poi chiamami Ala, preferisco così. Perché bevi?”, ripeté. “Non lo so”, risposi. “Non lo so, o meglio, conosco mille risposte ma nessuna è vera fino in fondo e in ognuna c’è un briciolo di verità. E non si può nemmeno dire che sommandole insieme costituiscano un’unica grande e intera verità. Bevo perché bevo. Bevo perché mi piace. Bevo perché ho paura. Bevo perché ho una predisposizione genetica al bere. Tutti i miei antenati bevevano. Bevevano i miei bisnonni e i miei nonni, beveva mio padre e beveva mia madre. Non ho né sorelle né fratelli, ma sono sicuro che, se ne avessi, tutte le mie sorelle berrebbero e pure tutti i miei fratelli. Bevo perché ho un carattere debole. Bevo perché mi si è spostata una rotella nel cervello. Bevo perché sono troppo tranquillo e voglio rianimarmi. Bevo perché sono troppo nervoso e voglio calmare i nervi. Bevo perché sono triste e voglio rallegrare l’anima. Bevo quando sono felicemente innamorato Bevo perché cerco invano l’amore. Bevo perché sono troppo normale e ho bisogno di un po’ di follia. Bevo quando qualcosa mi duole e voglio calmare il dolore. Bevo per nostalgia di qualcuno. E bevo per l’eccesso di soddisfazione quando qualcuno è accanto a me. Bevo quando ascolto Mozart e quando leggo Leibniz. Bevo a causa dell’estasi corporea e bevo a causa della fame di sesso. Bevo quando scolo il primo bicchierino e bevo quando scolo l’ultimo, allora bevo ancora di più perché l’ultimo bicchierino non l’ho mai bevuto”. “Ascolta”, disse con evidente stizza Ala-Alberta, “per caso c’è un momento in cui non bevi?”. “Forse non bevo quando sono così terribilmente ubriaco da non avere la forza di bere, anche se a dire il vero trovo sempre la forza di continuare a bere, oppure non bevo quando sono immerso nel terribile sonno dell’ubriaco, anche se, chi lo sa, forse pure allora bevo. Forse bevo sia nel sonno che nella veglia”. “Forse dovresti semplicemente curarti. I medici ti dovrebbero aiutare a trovare una risposta. Forse dovresti parlarne con qualcuno che ne sa di più”. “Ma io parlo con i dottori, il dottor Granada per me è come un padre. Sono stato per diciotto volte al reparto degli alcolisti cronici e ho sentito quali sono i motivi per cui bevevano i confratelli del vizio. Tutti quanti bevevano per gli stessi motivi, anche se a volte per altri ancora. Bevevano perché il padre era troppo severo e bevevano perché la madre era troppo permissiva, bevevano perché tutti intorno lo facevano, bevevano perché provenivano da famiglie di beoni e bevevano perché provenivano da famiglie in cui da generazioni nessuno aveva mai bevuto un goccio. Bevevano perché la Polonia era sotto il giogo di Mosca e bevevano nell’euforia della liberazione. Bevevano perché un polacco era diventato papa, perché un polacco aveva ricevuto il Nobel e perché una polacca aveva ricevuto il Nobel, bevevano alla salute dei prigionieri politici e con il bere onoravano il ricordo delle vittime. Bevevano quando erano da soli e bevevano quando c’era qualcuno al loro fianco, bevevano quando la Polonia vinceva e bevevano quando la Polonia perdeva. Il dottor Granada, con una pazienza sovrumana, ascoltava tutti questi racconti, scuoteva la testa e diceva ciò che ho detto all’inizio: “Bevete perché bevete”. “Ravvediti, svegliati”, forse Alberta diceva in generale, o in particolare, o forse, nel sonno profondo in cui mi trovavo da anni, mi ero addormentato ancora di più. Alberta scosse con delicatezza le mie spalle: “Svegliati”. “Perché svegliarsi, se nella veglia è ancora peggio. La veglia è l’unico grande motivo per bere”. “Dato che bevi sia nel sonno sia nella veglia, in realtà non sai com’è nella veglia”. “Senti, se quella volta, quel pomeriggio di luglio, fossi stato sobrio, non ti avrei vista al bancomat, non ti avrei immaginata saggia e bella e non mi sarebbe mai passato per la testa che tu saresti stata il più grande amore della mia vita, non ti sarei corso dietro e non avrei vissuto questa grande estasi…”. Non potevo continuare a parlare, perché la gola mi si era indurita. Alberta, vedendo che i miei occhi diventavano vitrei, che mi stava assalendo un grande pianto, mi versò una dose, a suo giudizio adeguata, a mio giudizio insufficiente. Ma non pretendevo un’aggiunta, minimale del resto, perché sapevo che lo aveva fatto sia per sua bontà sia per lealtà verso i malviventi che l’avevano portata qui, come pure perché voleva continuare a parlare con me. “Bene”, disse, “hai vissuto un’estasi sublime, in aggiunta legata a me. Questo per una donna è sempre piacevole. Ma, dimmi, com’è andata a finire? Dimmelo, se te lo ricordi”. “È finita al reparto degli alcolisti cronici”, dissi dopo un momento di inevitabile silenzio. “Appunto. Secondo me le sublimi estasi che finiscono nel reparto degli alcolisti cronici non valgono granché. A dire la verità non valgono una cicca. E devi tirartene fuori”. “Ala, sai quello che dicono in continuazione i pazienti nel reparto degli alcolisti cronici? Sai qual è il tema principale delle loro fondamentali conversazioni?”. “Tu stesso lo hai detto un attimo fa: parlano in continuazione del bere e delle cause del bere”. “È chiaro, ripetono in continuazione come hanno bevuto e perché, ma il loro primo argomento è l’uscita. Loro parlano dell’uscita. Espongono grandi trattati sull’arte dell’uscire. Parlano incessantemente dell’uscita. Chiedono in continuazione: quando usciremo di qua? Chissà quando ci faranno uscire. Chissà quando si uscirà di qui, tra una settimana o forse tra due? Forse domani? Domani no, perché domani è domenica e domenica non dimettono. Ma lunedì di sicuro, lunedì sicuramente usciremo di qua”. Alberta mi guardò con quel tipo di tenerezza con cui la donna guarda l’uomo, per natura più stupido di lei. “Ascoltami, io non parlo dell’uscita dall’ospedale, io parlo dell’uscita dal vizio”. “Ti dirò, Ala: solo gli ingenui pensano che c’è uscita e uscita. I saggi e gli esperti sanno che le uscite sono tutte uguali”. “Già, i saggi e gli esperti ubriaconi”. “Sono tentato di rispondere che non ci sono persone più sagge e più esperte dei saggi e degli esperti ubriaconi, ma sarebbe un tipico aforisma da beone e io, ultimamente, rifuggo dagli aforismi da ubriacone. Esci dall’ospedale, cioè esci dalla malattia e torni al mondo, che in sé è una grande malattia. Quindi cosa?”

IL CINEMA
Nel 2014 usciva in Polonia il film con lo stesso titolo, Pod mocnym anioiem, con la regia di Smarzowski, basato sul libro di Pilch. Un grande film, che ha notevole successo nonostante la sua crudezza e che in Italia non arriva nelle sale. Il regista, con tecnica sapiente e grandi interpreti, mostra la volontà di non esprimere giudizi morali e i disperati ospiti della clinica sono mostrati senza filtri e senza scorciatoie per quello che sono: un’umanità umiliata e degradata, sospesa tra l’irrealtà del delirio e il vomito. Il regista non dà giudizi e nemmeno offre soluzioni, ritenendo che non siano di sua competenza, rimanendo, perciò, solo osservatore di quell’amaro spaccato di vita.
Nel 2020, a soli sessantasette anni, si spegne nella sua casa Jerzy Pilch per complicanze del morbo di Parkinson. Col rimpianto dei tantissimi che avevano conosciuto e apprezzato la sua originalità e la sua mente brillante e concludiamo ponendoci la stessa domanda che continuava a porsi Pilch: Come mai la maggior parte delle persone al mondo non diventa dipendente dall’alcol?

