In Italia la storia della famiglia spagnola Panero è pressoché sconosciuta, peccato perché è emblematica, al più alto livello, degli anni che seguirono la “sbornia collettiva” dopo la caduta del franchismo. E per capire davvero la vita dello scrittore e poeta Leopoldo Maria Panero, nato nel 1948 e morto nel 2014 nell’ospedale psichiatrico di Las Palmas, dove era ricoverato volontariamente da anni, schizofrenico, alcolista, drogato, con esperienze tra le più degradanti, non si può separarla dal particolare contesto della sua famiglia: figlio del letterato Leopoldo Panero, poeta, aderente al regime franchista, alcolista, padre ingombrante pur nella sua assenza, con uno zio morto in un incidente d’auto non ancora trentenne, con una madre, Felicidad Blanc, scrittrice e attrice, bella e totalmente inadeguata, con un fratello poeta e alcolista anche lui, ed un altro, José Moisés Santiago, detto Michi, anche lui letterato, dedito con particolare impegno e devozione all’autodistruzione, morto suicida all’età di cinquantatre anni. E’ in questo contesto di intellettuali, molti dei quali, se non tutti, geneticamente predisposti alle dipendenze, psicologicamente problematici, che nascono e si sviluppano le infinite, maniacali raccolte di poesie e saggi di Leopoldo Maria, considerato il massimo rappresentante, seppur controverso, della poesia spagnola della seconda metà del Novecento. Confessiamo che la lettura di molte di queste poesie ci ha provocato un grande disagio, un vero e proprio ribrezzo, una tormentata fatica ad elaborarne linguaggio e contenuti. Perché Leopoldo Maria ha passato la sua vita a cercare il senso ultimo delle cose e non lo ha mai trovato, in niente e in nessuno. In questa personale ricerca ha reso oggetto di poesia qualsiasi cosa dagli escrementi al disprezzo per l’uomo.
Tornando a Michi, il fratello tumultuoso e inquietante ci può aiutare a capire meglio Leopoldo Maria. Michi, dicevamo, riempiva la sua vita di letture, leggeva tutto, voleva le donne più belle senza amarne nessuna, si riempiva di alcol. E non lavorava mai. Negli anni Ottanta Michi Panero è stato uno dei fondatori della Movida, non quella che oggi imperversa nelle nostre strade e nelle nostre notti , ma la Movida Madrilena che in pochi anni incise profondamene nella vita della città e della Spagna, cambiando il loro volto, incentivando un incuriosito turismo di massa. Capace anche, contemporaneamente, di spazzare via moltissimi dei suoi protagonisti, scrittori, attori, cantanti, registi, tutti morti giovanissimi di alcol, di droga, di Aids.
Michi, al contrario degli altri componenti della sua famiglia, non scriveva, beveva. Beveva sempre. Beveva per darsi un’identità di playboy, di animatore delle feste notturne. Beveva perché oltre alle letture e alle donne, non vedeva che l’ alcol per riempire un vuoto che continuava a rimanere incolmabile. Tutti lo conoscevano per la sua intelligenza sferzante, la sua cultura letteraria, per non aver mai lavorato ma meticolosamente dissipato, ed anche per il suo profondo disprezzo per tutto e per tutti, compreso se stesso. Intuivano, o forse no, la sostanziale labilità di una personalità gracile, di rapporti umani fatti di carta velina, la sua suprema inconsistenza, una fragilità sempre sull’orlo della disintegrazione; tutte caratteristiche presenti anche nella maggior parte dei personaggi della Movida di quei tempi. Come se quegli uomini si fossero dati un appuntamento preciso con la Movida e col destino. Michi come re della notte, interprete di primo piano dei piaceri sessuali e alcolici, vero protagonista di quella vita fatua e fuori controllo. Ad un certo punto Michi gestì anche un bar, El Universal, che divenne il punto di ritrovo più scintillante della Madrid di quegli anni. Ma, soprattutto, Michi Panero, visto il contesto della sua famiglia, è ritenuto, ironicamente oppure no, uno dei più grandi scrittori che non hanno mai scritto niente o, meglio, non hanno mai pubblicato niente, perché Michi qualcosa scriveva, abbozzi di idee, pensieri incompiuti, testi iniziati e non finiti che poi regalava agli sconosciuti per strada.
Nel 1976 Michi Panero viene intervistato nel bel film-documentario El desencanto, che racconta e ricostruisce il declino inesorabile della famiglia Panero, una specie di reality che cerca di sciogliere il nodo ingarbugliato dolente e disorientato che imprigiona tutti i componenti. La morte del padre avvenuta nel 1962, quando Michi aveva solo undici anni, le testimonianze della madre e dei fratelli mostrano come ci furono eventi tangibili dai quali inizia il percorso della dissoluzione familiare; nel film Michi afferma più volte: “Eravamo così felici” che implicitamente significa “ ora non lo siamo più”, ma quel passato è stato inghiottito dall’ombra nera per sempre. Che il passato fosse stato davvero felice tutti in realtà ne dubitano e si impegnano nel fare a pezzi la stessa identità della famiglia. Quello che importa davvero è che la famiglia con tutti i suoi infelici rappresentanti si perde totalmente e vede davanti a sé solo panorami desolanti. E saranno solo questi panorami a fare da sfondo alla vita familiare. Si può anche pensare, però, che quella promessa di infelicità fosse scritta nel destino dell’ intera famiglia a prescindere, senza possibilità di redenzione. Un pianto che non conosce la sua ragione. Tra eccessi di ogni tipo, soprattutto alcolici, a quarant’anni Michi è già ridotto malissimo fisicamente e spiritualmente. Morirà nel 2004 suicida.
La morte del fratello più giovane costituisce un dolore profondo per Leopoldo Maria che continuerà ad entrare ed uscire dal manicomio di Las Palmas, dopo un tentativo di suicidio. Ecco ancora la stessa dannata dinamica familiare, che lo porterà a decidere di rimanervi ricoverato per sempre con le sue carte, le sue poesie, i suoi libri e lo spazio ridotto a quel perimetro che definirà cimiteriale.
“…Il motivo del mio internamento non fu il suicidio, fu che, a causa del mio primo suicidio, e ubriaco di barbiturici, dissi a uno zio che… gli chiesi, hai droga?, e allora quello chiamò mia madre e le disse una frase degna di apparire nell’Apocalisse, le disse: il peggio non è che si sia suicidato, il peggio è che si droga…”.
Leopoldo Maria all’età di cinque anni, ancor prima di saper scrivere, dettava alla madre versi inquietanti come : “Fatemi uscire dalla tomba ma / là mi lasciarono con gli abitanti / delle case distrutte / che ormai non erano più che / quattromila scheletri“. E dobbiamo notare che a quell’epoca non era morto il padre, non sappiamo se quel bambino che dettava simili versi, invece di giocare con i pupazzetti e la palla, avrebbe potuto essere aiutato da uno psichiatra di quelli bravi. Immaginiamo, però, purtroppo, l’orgoglio materno. Di fatto da quando sa parlare, una sensibilità estrema lo porta a lottare e a soccombere sempre contro pensieri d’angoscia e forze mortifere. Il fallimento della sua vita, che lui rivendica come una medaglia al petto, caratterizzerà sempre i suoi anni e i suoi rapporti col mondo. Leopoldo Maria finirà col combattere strenuamente dalla parte dei suoi stessi fantasmi, contro la leggerezza e la capacità di sorridere alla vita, preferendo poesie, saggi, narrativa ad ogni forma di vita affettiva, il mondo della carta scritta e delle parole alla vita umana nella sua pienezza.
“Qui sono io, Leopoldo María Panero
figlio di padre ubriaco
e fratello di un suicida
perseguitato da uccelli e ricordi
che mi insidiano ogni mattina
nascosti in cespugli
gridando che finisca la memoria
e il ricordo divenga azzurro, e gema
pregando il niente perché muoia.”
“La vita è un ubriaco
una ebbrezza di spavento
un posto sul fango
una ebbrezza di lodo
che cade dalla mia bocca per fare la poesia
Il nemico è l’uomo
e sono
pastore dell’escremento
il solo signore del nulla
re del vento
pagina in cui abbaia un cane
E resta
dietro il nulla soltanto un ansare
perseguitato dagli alberi, perseguitato dai boschi
che mormorano all’orecchio parole oscene
dicendo non sei uomo, sei
meno che un sussurro.”
“Uomo normale che per un momento
incroci la tua vita con la vita del mostro
devi sapere che non fu per uccidere il pellicano
che fu per niente per cui io giaccio qui tra i sepolcri
e che a niente se non al caso e a nessuna volontà sacra
di demonio o di dio io devo il mio disastro”
In questi ultimi versi, Panero rivolgendosi all’uomo comune, all’uomo qualsiasi, al passante, dapprima parla di sé in terza persona, definendosi il “il mostro”, poi passa alla prima persona per spiegare a questo “ hombre normal” i motivi che lo hanno portato ad essere recluso in quel luogo di sepolcri, il maniconio, e rivendica di non avere nessuna colpa, di non avere commesso alcun delitto nei confronti dell’amore cui dobbiamo la vita, “matar al pelicano” significa, infatti, tradire l’amore di Cristo, il suo sacrificio per l’uomo e l’amore in generale quale forza vitale, ma ripetendo la parola “ niente” per due volte, l’autore ribadisce quanto ha sostenuto sempre: l’estraneità del proprio destino a qualsiasi “ volontà sacra” demoniaca o divina che sia, perché solo il caso, o il nulla, lo hanno portato alla sua distruzione. E, quindi, solo il caso o il nulla sono i dominatori dell’intera sua esistenza.

