Parlando di Brendan Behan, lo scrittore irlandese morto nel 1964 a quarantuno anni per coma epatico da abuso di alcol, ci siamo imbattuti in un’altra figura di scrittore, questa volta italiano, che ha con Brendan diversi punti di contatto: Luciano Bianciardi. Infatti, Luciano nasce a Grosseto nel 1922, solo un anno prima dell’irlandese, muore nel 1971 a quarantanove anni di cirrosi epatica dovuta all’alcolismo. Nel 1960 aveva tradotto “Il ragazzo del Borstal”, romanzo autobiografico di Brendan in cui l’autore raccontava la sua vicenda nel carcere inglese per essere stato arrestato a Liverpool carico di esplosivo, come militante dell’IRA. Il critico Gian Paolo Serino, che ha curato il libro “Luciano Bianciardi: Il precario esistenziale”, afferma che, quasi certamente, Luciano ne “La vita agra”, il suo romanzo più famoso, per la trama ha preso spunto proprio da “Il ragazzo del Borstal”. Infatti, la storia dell’intellettuale de “La vita agra” che vuol far saltare con esplosivo “Il torracchione”, ossia la Torre Galfa a Milano, simbolo della società consumistica, per vendicare i morti della tragedia di Ribolla, ricorda da vicino il romanzo irlandese. Dunque, Brendan Behan e Luciano Bianciardi condividono: le vicinissime date di nascita, lo spirito ribelle, il desiderio di usare esplosivi per fare giustizia, l’amore smodato per l’alcol, la vita breve. Non è poco ma naturalmente sono anche molte le peculiarità di ciascuno e, quindi, le differenze.
La vita, il destino e la personalità di Luciano Bianciardi potrebbero sintetizzarsi in questi argomenti: le radici maremmane, la tragedia di Ribolla, l’anarchia, il disprezzo per Milano e la società consumista, l’impegno nella traduzione, l’isolamento, l’alcolismo. Un intellettuale arrabbiato, molto arrabbiato, prolifico nella scrittura, impossibilitato ad accettare molti aspetti della modernità, con un profondo malessere, incapace di amare i figli.
Dal 1952 per due anni, insieme a Carlo Cassola, Bianciardi va in giro attraverso le campagne grossetane per un’inchiesta affidatagli da L’Avanti sulle condizioni di vita dei minatori della Maremma. Ci mette passione, approfondisce, stringe amicizie con molti minatori e si convince che il lavoro da intellettuale possa incidere sulla realtà delle cose e migliorarle. Il 4 maggio 1954 è la data che fa da spartiacque nella sua vita: un’esplosione di grisù nella miniera di Ribolla uccide quarantatré minatori, lasciando nell’anima dello scrittore una lacerazione profonda, che cercherà di curare con il lavoro e l’alcol ma sarà il secondo a chiudere la partita. Della tragedia nella miniera di Ribolla racconta: “Rimasi quattro giorni nella piana sotto Montemassi, dallo scoppio fino ai funerali, e li vidi tirare su quarantatré morti, tanti fagotti dentro una coperta militare. Li portavano all’autorimessa per ricomporli e incassarli, mentre il procuratore della repubblica accertava che fossero morti davvero, in caso di contestazione, poi, da parte della sede centrale. Alla sala del cinema, ora per ora, cresceva la fila delle bare sotto il palcoscenico, ciascuna con sopra l’elmetto di materia plastica, e in fondo le bandiere rosse”. Non fu fatalità, esistevano precise responsabilità ma tutti gli imputati al processo vennero assolti. Quelle bare allineate non si cancelleranno mai più dalla sua mente e la tragedia di Ribolla sarà per sempre un macigno sul cuore.
Per quanto riguarda l’anarchia di Bianciardi, si tratta più di una forma di anarchismo satirico, una contrapposizione alla società italiana, un’anarchia vissuta più come categoria dello spirito che come adesione alla dottrina, una battaglia perduta in partenza contro i princìpi della società di massa ai suoi albori, ma anche sofferenza intima, spinta anarcoide a livello letterario. I suoi progetti di far saltare in aria i palazzi del potere rimangono tali, mai davvero messi in pratica, un sogno a livello ideale. Nel 1961 scrive all’amico Mario Terrosi “In preparazione avrei un altro libro, più grosso, più cattivo, su Milano. Nonostante il passare degli anni, la rabbia contro questa città cresce di continuo. Hai ragione tu a dire che Grosseto è la più bella città d’Italia. Qui c’è un vantaggio: che ti danno lavoro e ti pagano. Per il resto, non è una città, non è un paese, non è niente. È solo una gran macchina caotica. Andrebbe minata.” La sua produzione giornalistica racconta la società del tempo e il pensiero anarchico in Italia e non solo, ma in lui osserviamo costantemente un ripiegamento interiore, più che gesti eclatanti, soprattutto ne “La vita Agra”. Dapprima è forse più vicino al comunismo che all’anarchismo, poi lo sentiamo anarchico più nel senso di ribelle tormentato. Come se il suo sentirsi anarchico fosse la risposta esistenziale data a se stesso per sopravvivere. Sicuramente una forma di anarchia derivante dalla profonda delusione, dalla disillusione, dal radicarsi di un’amarezza senza speranza, che non trova conforto e non dà pace, che lo porta a continue, logoranti riflessioni, vere e proprie macerazioni, sulla propria esistenza. “Sopportatemi, duro ancora poco”: questa è la frase che ripeteva, consapevole che l’alcol, in particolare la grappa gialla, lo stesse uccidendo, consapevole anche del suo essere difficile da comprendere e accettare.
Molto, molto interessante è il suo “dannato” lavoro di traduttore col quale si mantiene per anni. Dà un contributo enorme alla storia della traduzione italiana. Traduce tantissimo, la traduzione diviene in lui ossessione, una forma di dipendenza, un modo per riempire il vuoto. Nel 1962 quando pubblica “La vita agra”, contemporaneamente pubblica anche la traduzione delle 672 pagine di “Tropico del Cancro” e “Tropico del Capricorno” di Henry Miller, editi in un unico volume. Nonostante il successo travolgente de “La vita agra” continua a tradurre. Traduce i grandi della letteratura inglese, irlandese e americana, traduce come una missione, una predestinazione, un incantesimo, un maleficio: “Traduco come un mulo”, “Ho la valigia piena del prodotto del mio diuturno battonaggio, carte su carte di ribaltatura”, “devo tradurre la solita valanga di roba”, “nel mio lavoro quotidiano di sterro traduttorio”, “lavorare è diventata una specie di intossicazione”, “Non tutti forse pensano sempre alla fatica del traduttore”, “Traducevo a ritmo infernale decine e decine di libri”, “Traduco, traduco, traduco”. Tradurre come fatica contadina, tradurre vivendo materialmente in mezzo alle carte, anche a letto, attraverso una fatica mentale e fisica insostenibile. Nel 1971, anno della sua morte, ancora escono in italiano testi di autori come William Faulkner, Luciano ha tradotto circa centoquaranta opere, un’impresa al limite delle umane possibilità. Una storia unica nel panorama della traduzione italiana, che porta a domandarsi le ragioni profonde di un simile, forsennato impegno, a chiedersi se la traduzione e la scrittura in proprio si contaminino in continuazione, se una sfera prenda il sopravvento sull’altra invadendola o se le due sfere siano tenute insieme su pari posizioni dalle notevoli capacità di narratore di Bianciardi. Un lavoro da contadino, come diceva, nel quale la fatica dello “sterro” è la fatica di un uomo solo a fronteggiare montagne di pagine, con l’unico aiuto della macchina per scrivere.Un lavoro artigianale, nel quale non può essere sostituito da nessuno, dal quale non c’è riposo.
Leggiamo alcune interessanti riflessioni sul suo perenne tradurre, scritte con ironia, umanità e perfino leggerezza, vestendo lui i panni del traduttore, dello scrittore e del lettore, posti tutti e tre davanti alla pagina ”ribaltata”, ai sempre possibili errori, alle certe difficoltà.
“Non tutti forse pensano sempre alla fatica del traduttore, io invece ci penso perché oramai da quindici anni faccio soprattutto quel mestiere, traduco. Fino a oggi, più di cento libri, e non è detto che sia finita qui. Per tradurre bene occorrono tre cose: conoscere la lingua da cui si traduce, anzitutto. Non è necessario saperla parlare: conosco ottimi traduttori, dall’inglese, che portati a Londra morirebbero di fame, perché non saprebbero farsi intendere nei ristoranti. E all’opposto: persone che dell’inglese conoscono e pronunciano perfettamente quel migliaio di parole occorrenti per una conversazione ordinaria rimarrebbero basiti di fronte a un romanzo appena appena difficile. Occorre poi, seconda cosa, conoscere la lingua da cui si traduce, cioè l’italiano. Le traduzioni, ha detto qualcuno, se vogliono essere belle, debbono essere infedeli. Perché? Proprio perché è cattivo traduttore quello che, volendo restare fedelissimo al testo, adopera alla fine un italiano contorto e striminzito, che infastidisce il lettore. Una certa dose di libertà occorre, se si vuol rendere in bell’italiano un bello scritto straniero. Fedeltà allo spirito più che alla lettera. La terza cosa che occorre avere, per tradurre, è saper tradurre. Sembrerà un paradosso, ma non lo è. Conosco buoni scrittori italiani, capaci di leggere e comprendere correntemente un libro di Joyce, ma assolutamente incapaci di voltarlo in italiano. O che, perlomeno, penerebbero parecchio se ci si provassero. Il traduttore, se vuol lavorare in economia, deve avere una curvatura mentale particolarissima, per cui la frase straniera, mentre la legge, gli si rovescia subito nell’equivalente frase italiana. Legge, per fare un esempio, “let’s shake hands” e pensa “diamoci la mano”. Legge “will you have a drink?” e pensa “vuoi bere qualcosa?”.
Sono esempi, come si vede, molto semplici. Le cose si complicano quando un personaggio di romanzi parla con l’accento irlandese, e allora è un pasticcio cercare di trovare un equivalente dialettale italiano. Peggio che mai quando l’autore straniero vuole che una sua macchietta, londinese, faccia il verso, malamente, a un irlandese, e cioè parli un dialetto non suo, sbagliando.
Problema annoso del traduttore è voltare in italiano l’inglese “you”. Gli inglesi, come si sa, usano soltanto il “voi” (il tu esiste solo poeticamente, quando ci si rivolge a Dio). Ora, questo “voi” inglese, con che cosa lo rendiamo nella nostra lingua? Il voi esiste anche in italiano, d’accordo, ma è ormai molto poco usato. Noi
preferiamo ormai rivolgerci al nostro prossimo con il “lei” o con il “tu”. In uno dei due pronomi andrà quindi tradotto il “voi” degli inglesi. Sì, d’accordo, ma quale? E se risulta verosimile che due personaggi di romanzo, a un certo punto, entrino in dimestichezza e passino dal “lei” al “tu”, come stabiliremo quale sia il punto? Di regola il cambiamento lo si fa avvenire quando i due personaggi cessano di chiamarsi “Mr. Smith” e “Mr. Brown” e si dicono più semplicemente “dear John” e “dear Charles”, ma la regola non vale sempre. Il capoufficio, da noi, chiama semplicemente Marisa la sua dattilografa, ma le dà del “lei”.
Ci sono poi altri inconvenienti più spiccioli e talvolta comici. Come gli attori, anche i traduttori pigliano le “papere”. A me accadde di far stare un personaggio, in piedi, davanti alla vedova. Per mia fortuna qualcuno se ne accorse prima che il libro fosse stampato, e mise il personaggio al posto giusto, cioè davanti alla finestra.
Un palese errore di lettura, favorito dal fatto che in lingua inglese le due parole sono quasi identiche: window è la finestra, widow è la vedova. Un mio amico fece correre le ostriche, giù in Africa. Sedotto dalla parola inglese, ostrich, s’era dimenticato che in realtà si trattava di struzzi. Addirittura, certi errori di traduzione sono ormai entrati nell’uso corrente e nessuno ci fa più caso. Noi leggiamo e forse diciamo “cortina di ferro”, che è la versione a orecchio dell’inglese iron curtain e significa in realtà “sipario di ferro”. L’espressione la adoperò per la prima volta, in quel senso, Winston Churchill.
L’ideale sarebbe, per il traduttore, consultarsi il più spesso possibile con l’autore straniero che sta mettendo in italiano. Io ebbi una volta la fortuna di poter chiedere spiegazione a uno scrittore americano che stavo traducendo. E debbo dire che in tre o quattro casi non seppe neanche lui dire che cosa significava quella
certa frase. Se n’era dimenticato. E debbo anche confessare che quando, dopo anni di lavoro traduttorio, un mio libro fu a sua volta tradotto all’estero, io mi stropicciavo le mani per la gioia un po’ maligna di vedere in che modo il mio collega francese, inglese, tedesco, e spagnolo, avrebbero messo nella loro lingua alcuni brani miei scritti in dialetto pisano. O addirittura, come se la sarebbero cavata dinanzi a una espressione quale “buona notte al secchio”.
Ma l’uomo Bianciardi diviene ancora più solo quando la compagna, Maria, che è stata al suo fianco per quindici anni, lo abbandona; a quel punto Luciano sa che l’ abbandono di lei significa la fine per lui; è consapevole di essere al termine della propria tormentata esistenza e verso questa fine si avvia con l’unica compagnia, e maligno conforto, dell’alcol. Muore in ospedale a Milano nel novembre del 1971, lasciando un ponderoso patrimonio letterario: nove romanzi, migliaia di articoli giornalistici, decine di racconti e infinite traduzioni meravigliose, tra le quali spiccano proprio “I Tropici” di Henry Miller.

