Ah, che vita quella di Brendan Behan! Difficile concentrarne in poche righe i punti salienti, tanto è stata ridondante, turbolenta, breve. Nei suoi quarantuno anni riesce a farci stare la partecipazione attiva all’IRA fin da ragazzino, varie, dure esperienze nelle carceri inglesi e irlandesi, lavoro da imbianchino, attentati, esecuzioni di ballate popolari, romanzi, alcuni di particolare talento e per lo più autobiografici, composizione di opere di successo per il teatro, articoli per i giornali, qualche scritto pornografico, viaggi, varie interviste, anni vissuti a Parigi, gravissimo diabete che gli rende impossibile scrivere e leggere, alcolismo leggendario (se così si può definire l’alcolismo) spirito indomito, capace di dire battute folgoranti anche in punto di morte. Con la sua breve vita ce ne fai altre dieci e avanza qualcosa. Due sono le sue caratteristiche fondamentali: la passione per l’Irlanda e quella per l’alcol, entrambe vissute all’estremo, sopra le righe, appassionatamente, vivendone tutti i possibili rischi.
A proposito di alcol e di irlandesi, qualcuno ha detto che “ tutti gli irlandesi bevono”, il che può essere vicino al vero, anche se non smodatamente come nel caso di Brendan, ma ci sarebbe da riflettere su cosa rappresenti il pub in questo paese di emigranti. Il pub è parte sostanziale dell’identità culturale, un luogo che tutti conoscono da sempre, insieme alla famiglia che lo gestisce, che per lungo tempo è stato un punto fermo di ritrovo anche nei nuovi paesi di emigrazione dove la miseria li spingeva, un luogo dove “tutti sanno il tuo nome”, in cui sei a casa.. L’alcolismo di Brendan ha, però, un’origine particolare. Fu la nonna che, per una sorta di legge del contrappasso per contrasto, si chiamava English, ad abituarlo a bere quando era ancora in tenera età, anzi, a farlo proprio ubriacare, convinta su insolite basi scientifiche, che se il ragazzino avesse provato disgusto, in futuro si sarebbe tenuto lontano spontaneamente dall’alcol. Vatti a fidare della saggezza delle nonne!
In Confessioni di un ribelle irlandese, uno degli ultimi libri registrati al magnetofono per via dell’ impossibilità di leggere e scrivere a causa del diabete, poco prima di morire, Brendan racconta di una sera in cui stava tornando a casa insieme alla nonna quando incrociarono un amico di lei che disse: “che bel bambino, signora, peccato che sia deforme”. “Come si permette?”, rispose la nonna, “non è deforme, è soltanto ubriaco”. Ecco, nonna English non avrebbe immaginato che proprio la sua pazza cura non solo non avrebbe dato i frutti sperati ma che l’alcol avrebbe determinato la rovina e la misera fine del nipote. Ma lui scherzava anche su questo e diceva: “Bevo solo in due occasioni: quando ho sete e quando non ce l’ho. Sono un bevitore con problemi di scrittura”.
Brendan Behan, nato a Dublino nel 1923, da modesta famiglia di religione cattolica, dedita alla lettura di molti libri, secondo l’amico Flann O’Brien, era “una persona turbolenta ma deliziosa, un uomo con un grande senso dell’humour e dell’azione nelle molte imprese pericolose in cui credeva fosse suo dovere impegnarsi, un bevitore incurante, un denunziatore impavido di inganni e ostentazioni e quindi il proprietario del cuore più grande che abbia battuto in Irlanda negli ultimi quarant’anni”. Tornando alle sue “Confessioni di un ribelle irlandese”, queste sono il compendio al suo meglio di tutto quello che in fatto di abilità narrativa Brendan era capace, un testamento letterario che raggiunge alte vette, un’avventurosa autobiografia, ricca di digressioni, come solo gli irlandesi sanno fare, ricordi, aneddoti, ballate popolari e ballate patriottiche, che poi in Irlanda coincidono, su tutto domina l’onnipresente ombra della “ pinta di scura”.
Se seguiamo più da vicino le vicende movimentate della vita del Nostro, vediamo che nella seconda metà degli anni trenta, a sedici anni, lascia Dublino da solo per andare verso la costa inglese e sbarcare a Liverpool, dove viene immediatamente arrestato dalla polizia che teme attentati ed in effetti l’esplosivo che ha addosso non testimonia a suo favore. Così questo rivoluzionario in erba, questo patriota appassionato ma alle prime armi (è il caso di dirlo) in nome dell’IRA , conosce per la prima volta il carcere minorile del Borstal, e non fu una passeggiata, dal quale uscirà tre anni dopo per buona condotta con un foglio di via che attestava come lui fosse “ persona non gradita” nel Regno Unito. (Anni dopo scriverà su questa esperienza “Il ragazzo del Borstal” tradotto nel 1960 in italiano per Feltrinelli da Luciano Bianciardi, che ha più di un punto in comune con Brendan, l’aspirazione rivoluzionaria e l’alcol, per esempio, e che, proprio per questi legami, inserirà pari pari alcune pagine del testo nel suo romanzo più famoso, “La vita agra”). Pubblicato nel 1958 nel Regno Unito, Il Ragazzo del Borstal in pochi anni diventa un successo di fama mondiale. Proprio la fama derivante da questo libro d’esordio autobiografico e il successo di pubblico per alcune opere teatrali permetteranno successivamente a Brendan di abbandonare pennelli, gesso e stucco per dedicarsi pienamente all’attività di scrittore e giornalista. Ma quando nel 1942 era tornato in Irlanda dopo il carcere, era successo che poco dopo a Dublino si commemorasse la rivolta di Pasqua e Brendana aveva sparato a due poliziotti. Che però non colpisce. Fugge, si dà alla macchia, si rifugia nei pub, dorme nei cimiteri, ma viene preso e condannato a quattordici anni di detenzione. Uscito dal carcere pochi anni dopo, in seguito allo sconto di pena concesso sul finire della Seconda Guerra Mondiale, Behan torna a Dublino, dove, sempre bevendo pinte di birra scura, lavora come imbianchino e scrive a tempo perso. Ma non c’è pace e la scarcerazione di un combattente dell’IRA sarà ragione sufficiente per tornare in pista in terra nemica, quella inglese. In tutto Brendan vive ben sette anni della sua breve vita in carcere.
In “Un irlandese in America” racconta il suo viaggio a New York e preso da grande amore per quello che vede e vive, scrive questa dedica “All’America, la mia nuova patria. L’uomo che ti odia odia la razza umana.” Il 18 settembre 1960, il New York Times così annunciava l’inizio della passione di Brendan per New York: “Tutti sanno ormai dell’arrivo in città di un licenzioso, iconoclastico, ex rivoluzionario, tarchiato, sgualcito, arruffato drammaturgo di Dublino di nome Brendan Behan”. Il ritratto della Grande Mela “ lieve e nostalgico” viene pubblicato anche in Italia. Nel libro scrive:“ Il banco di prova per una città è la facilità con la quale si possono fare incontri e parlare con le altre persone. Una città è un posto dove hai meno probabilità di beccarti un morso da una pecora selvatica, e direi che in questo senso New York è la città più amichevole che conosco…conosco un vecchio irlandese che ci andò a settantacinque anni, malato, e come una Lourdes illuminata New York lo guarì e lo fece vivere ancora a lungo, sano e felice….io non sono un prete ma un peccatore, non sono uno psichiatra ma un nevrotico. Le mie nevrosi sono gli strumenti essenziali della mia sopravvivenza. Se mi curassero, dovrei tornare a fare l’imbianchino.”
Questo è quello che lui scrive ma la realtà è ben altro, Brendan ha lottato contro l’alcol per tutta la vita, ha cercato disperatamente di disintossicarsi, quando però era già tardi e il fratello e i medici gli dicevano che l’alcol e la grave forma di diabete che lo aveva colpito non gli avrebbero dato scampo. Poi sono arrivate le convulsioni. Nel marzo del 1964 crollò al bar Harbour Lights e morì al Meath Hospital di coma epatico. Sua figlia aveva un anno. Anche in punto di morte non rinunciò alle sue proverbiali battute e alla vecchia suora che, non potendo lui ingerire liquidi, gli inumidiva le labbra con un panno, dopo averla salutata devotamente disse: “Dio la benedica, sorella. Possa lei essere la madre di un vescovo.”
Brendan Behan fa parte non solo della storia della letteratura irlandese ma soprattutto della storia popolare, la sua statua è seduta su una panchina di un parco di Dublino, molti pub hanno il suo nome, uno anche a Boston, a lui sono dedicati molte ballate. Questi i versi che gli ha dedicato la band italiana Modena City Rambles:
“ In morte di un poeta”
“Vecchia sporca Dublino per un figlio che ritorna sei una madre che attende al tramonto
con la puzza di alcool coi baci e le canzoni per chi è stato un prigioniero lontano
c’è una bomba e una pistola, un inglese da accoppare e una divisa dell’esercito in verde ma è sempre soltanto la stessa vecchia storia e nessuno lo capirà.
Ma lasciatemi qui nel mio pezzo di cielo ad affogare i cattivi ricordi
nelle vie di Dublino il poeta è da solo e nessuno lo salverà”.
E’ anche un soggetto popolare del pittore irlandese Brian Whelan:

E forse per Brendan Behan il rischio è proprio questo, che i suoi aspetti folkloristici, le spacconate, le battute, le gigantesche bevute, le avventure finite sempre in modo maldestro come ribelle dell’IRA facciano dimenticare che, sebbene non abbia potuto scrivere moltissimo, è stato comunque uno scrittore di talento, meritevole di essere conosciuto o riscoperto.
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“Brendan Behan: The Roaring Boy” così si intitola il documentario del regista Maurice Sweeney (del 2014) che insegue Brendan in tutte le città dove ha vissuto, per comprenderne la storia e la personalità con Adrian Dunbar che intervista le persone che lo hanno conosciuto. (Ad impersonarlo sarebbe stato perfetto John Belushi tanto si somigliavano)

