( Da un’intervista di Marco Bracconi) Senza vino, chicha, pulque, grappe e acquaviti la storia del mondo sarebbe stata un’altra?
“Oh sì. Non sappiamo come sarebbe andata, ma sarebbe stata totalmente diversa”.
Più si prova ad addentrarsi nella selva dei legami tra arte e alcol e, soprattutto, tra alcol e letteratura, più si realizza quale sia la portata di questo legame che annoda l’uno all’altra in un connubio complesso, un doloroso matrimonio, una relazione tossica eppure fruttuosa. Nella letteratura due sono le cose in particolare da notare preliminarmente: la presenza polivalente dell’alcol e la vastità della materia che nemmeno un ampio , universale trattato potrebbe esaurire . Un tale trattato dovrebbe, infatti, viaggiare nel tempo , partendo da Omero e Alceo, e arrivare ai nostri giorni, senza soluzione di continuità, dovrebbe percorrere lo spazio, valicando gli oceani, e analizzare il cambiamento di sensibilità tra i secoli e i luoghi. Una tale complessità di lavoro non ci compete, ci limiteremo a fare una scelta precisa dalla quale partire, esaminando un’opera di metà Novecento, colta, complessa e densa, che da sola identifica, rappresenta e include la maggior parte degli aspetti di questo antico sodalizio: “Sotto il Vulcano” di Malcolm Lowry.
Si tratta di un romanzo in gran parte autobiografico, una sorta di Divina Commedia ubriaca, come lo definiva l’autore stesso, prima parte di una immaginata e mai completamente realizzata trilogia, della quale rappresenta l’Inferno. Il romanzo ebbe notevole successo quando finalmente uscì nel 1947, dopo un travagliato iter e John Houston nel 1984 ne fece un film. Il libro rappresenta una larga fetta della vita intellettuale di Lowry, avendogli lui dedicato dieci anni di stesure e riletture alla ricerca di una perfezione che gli appariva sempre un po’ più in là.
La storia del romanzo è piuttosto esigua: l’ex console britannico Geoffry Firmin rimasto in Messico, in una città immaginaria che ricorda Cuernavaca, dominata da due vulcani che, pur nella loro bellezza, incombono come perpetuo annuncio di morte, ha perso la sua amatissima moglie Yvonne. La donna, infatti, l’ha lasciato l’ anno prima andandosene con il fratellastro del console. Hugh. Ma la donna non lo ha dimenticato e non ha fatto altro che scrivergli appassionate lettere alle quali il console non ha mai risposto. La donna torna, esaudendo così l’ardente preghiera che Geoffry continua a rivolgerle da lontano, anche tramite la Vergine. E’ proprio il ritorno di Yvonne che farà precipitare la vicenda verso la misera fine del console. Domina ovunque l’alcol sotto forma di bicchieri e bicchieri di mescal, tequila, whisky, alcol che appare come un sacramento laico, come un appiglio al quale aggrapparsi per mantenersi in vita, come una coperta per nascondere la propria disperazione. Alle spalle del console una colpa, un senso di colpa paralizzante, opprimente, insopportabile come insopportabile è l’incapacità di dare e ricevere aiuto anche da chi ama. Una corsa verso l’autodistruzione, condita da continui riferimenti letterari. E’ presente Melville con la delirante follia per Moby Dick del capitano Achab a bordo del Pequod, e la enorme forma della balena ricorda quella del vulcano. E’ presente il teatro elisabettiano col Faustus di Marlowe e il suo disperato appello alla terra affinché si spalanchi per accoglierlo prima dell’arrivo di Mefistofele, la sua incapacità di pentirsi e la sua sfiducia nella misericordia divina.
Il romanzo sembra appartenere a quella specifica nicchia di scrittori con lo stigma della tendenza all’autodistruzione, all’abuso di alcol, al desiderio di morte, come Dylan Thomas e Hemingway ma Malcolm Lowry appare più interessante degli altri, più complesso, più dannato e sofferente anche nella vita privata, perpetuamente ingannato dalle nebbie alcoliche, perennemente alla ricerca di qualcosa andato perduto. Per l’intera vita lottando tra l’abitudine perversa al bere e il tentativo di riscattarsene attraverso la letteratura. Sono sempre presenti anche echi di Conrad, Kipling, e Conrad Aiken.
Nel 1935 quando l’abbandono della moglie e l’alcol lo stavano riducendo ad un relitto umano, Lowry si convince a farsi ricoverare nel reparto di psichiatria dell’ospedale Bellevue di New York. Nell’anima di Lowry, più che in ogni altro scrittore, vita e letteratura si intrecciano in modo inestricabile
“Sotto il Vulcano” è considerato un’opera tra le più significative del Novecento, scritta col furore dettato da un oscuro senso di colpa che spinge alla confessione e all’ espiazione, dietro pagine che appaiono come storia d’amore ma sono soprattutto una potente riflessione sulla vita, sul trascorrere del tempo, su Dio. Tutta la storia, del resto esigua, trascende se stessa. Tutto il romanzo racconta solo le ultime dodici ore di vita del console, nell’ultimo giorno della sua esistenza, guarda caso, il due novembre, giorno dei morti, del 1938. L’ impostazione è simile a quella dell’”Ulisse” di Joyce, dove i fatti sono minimi e tutto lo spazio è lasciato ai ricordi, ai rimpianti, all’amore perduto, alla disperazione, alla preghiera convulsa, al dolore che non si cancella, né attenua, onnipresente insieme alle allucinazioni, al senso di morte in un paesaggio messicano polveroso, affascinante ma disgregantesi. La piena consapevolezza della propria condizione di alcolista all’ultimo stadio permette a Lowry di immergersi in ogni remoto angolo della coscienza, di osservare ogni passo del suo cammino verso la perdizione.
“ Sotto il vulcano” è un gorgo, una spirale in direzione degli abissi, un girone infernale che ha la sua porta d’ingresso nella barranca, una spaccatura, una lacerazione, una ferita inferta alla terra che ritorna costantemente nel libro come il baratro dove si annida la materia informe, lugubre come il Tartaro. E’ questo il principale simbolo di “Sotto il vulcano”, la barranca non può scomparire dalla città, rimane lì sempre perché nessuno è in grado di sanare quella ferita, di colmare il vuoto della divaricazione e dell’insulto alla terra. Nessun medico potrebbe cicatrizzarla e ricomporre i labbri della faglia. La resa alla bottiglia del console trova la sua perfetta corrispondenza nell’ arrendersi della terra a quella lacerazione senza rimedio. Il console è Lowry e lo scrittore è il console, un Faustus che offre la sua anima al diavolo in cambio di una salvezza alcolica.
LA LETTERA A YVONNE
La lunga lettera, della quale riportiamo alcune parti, scritta dal console alla moglie, con scrittura ubriaca e lunghissimi periodi affannati. e mai spedita, appare un disperato grido d’aiuto, una folle e lucida ammissione di perdita totale di orientamento e senso della vita, senza l’amore, veglia e sonno annichiliti e confusi: “.Notte: e ancora una volta, il notturno corpo a corpo con la morte, la stanza che trema di orchestre demoniache, i brevi periodi di sonno spaurito, le voci fuor della finestra, il mio nome continuamente ripetuto in tono beffardo da ospiti immaginari in arrivo, le spinette del buio. …. Ti racconterò, Yvonne, …di quando salii nella mia camera nell’albergo dove una volta fummo così felici, e trovai un avvoltoio appollaiato sul lavabo? Orrori destinati a un sistema nervoso da gigante! No, i miei sono segreti del sepolcro e devono essere mantenuti. Ed è così che talvolta penso a me stesso, come a un grande esploratore che abbia scoperto una terra straordinaria dalla quale non possa mai ritornare per darne contezza al mondo: ma il nome di questa terra è inferno. Non è al Messico naturalmente, l’inferno, ma nel cuore…In questo momento sto seduto in una saletta attigua al bar, alle quattro e mezzo del mattino, a bere ochas e poi mescal e a scrivere la presente su carta da lettera del Bella Vista che ho sgraffignato l’altra notte, forse perché la carta da lettera del Consolato, che è una tomba, mi urta solo a guardarla. Credo di saperla lunga in fatto di sofferenze fisiche. Ma questo è peggio di tutto, sentir la tua anima morire. Mi domando se sia perché questa notte la mia anima è realmente morta che sento per il momento qualcosa di simile alla pace. O è forse perché proprio attraverso l’inferno c’è un viottolo, e Blake lo sapeva bene, e per quanto io non possa imboccarlo, talvolta in sogno recentemente m’è riuscito di vederlo?… Mi sembra di vederlo ora, attraverso i mescal, questo viottolo, e al di là di esso strani panorami, come visioni di una nuova vita, che noi potremmo condurre insieme chi sa dove…la nostra casa sorge su di una piccola baia e una sera noi stiamo, felici l’uno dell’altra, sul balcone di questa casa, guardando il mare… Sin dal dicembre 1937 e sin da quando te ne andasti, e siamo ora, mi dicono, nella primavera del 1938, ho testardamente lottato contro il mio amore per te. Non osavo soggiacervi. Mi sono aggrappato a ogni radice e ad ogni ramo che mi aiutassero a varcare da me questo abisso spalancatosi nella mia vita, ma non posso illudermi oltre. Se devo sopravvivere, ho bisogno del tuo aiuto. Diversamente, prima o poi, precipiterò. Ah, se almeno tu mi avessi dato qualcosa in ricordo per cui odiarti, così che nessun pensiero buono di te potesse mai sfiorarmi in questo terribile luogo ove mi trovo! Ma invece mi mandasti quelle lettere… E se inoltre tu mi avessi scritto subito, tutto avrebbe potuto essere diverso… anche una semplice cartolina, dettata dalla comune angoscia della nostra separazione, una cartolina che semplicemente si riferisse a noi due, nonostante tutto, per porre fine a una simile assurdità immediatamente – in qualche modo, in qualunque modo – e dicesse che ci amavamo l’un l’altro, qualche cosa, o un telegramma, un semplice telegramma. Ma hai lasciato passare troppo tempo – o così almeno sembra ora, hai aspettato a scrivere fin dopo Natale – Natale! – e Capodanno, e poi, quello che mi hai mandato non l’ho potuto leggere. No: non c’è stata una sola volta ch’io mi sia sentito sufficientemente liberato dal tormento o abbastanza lucido per apprendere qualcosa di più del senso generale di queste lettere. Ma potevo, posso sentirle… Non posso leggerle. Mi spezzano il cuore. E poi sono arrivate troppo tardi. Ed ora suppongo che non ce ne saranno più-Ahimè, ma perché non ho finto almeno di averle lette, accettato una mercede di ritrattazione nel fatto stesso che fossero state spedite? E perché non ti ho mandato un telegramma, qualche parola, immediatamente? Ah, perché, perché, perché non l’ho fatto? Perché suppongo che saresti tornata a tempo debito, se te lo avessi chiesto. Ma è così che si vive all’inferno. Non avrei potuto, non ho potuto pregarti di tornare. Non avrei potuto, non posso mandarti un telegramma. Sono rimasto qui, e a Città di Messico, alla Compañia Telegràfica Mexicana, e a Oaxaca, a tremare, a spasimare nell’ufficio postale e a vergare telegrammi per tutto il pomeriggio, quando avevo bevuto abbastanza da aver ferma la mano, senza mandarne uno solo….Il mio equilibrio, e l’equilibrio è tutto, essendo precario – in bilico, vacillando sull’orlo dell’orrendo vuoto invalicabile, il quasi irripetibile percorso della folgore divina sulla via del ritorno a Dio?… Perché, sì, Yvonne, sono così continuamente ossessionato dal pensiero delle tue canzoni, del tuo calore e della tua letizia, della tua semplicità e comunicativa, delle tue capacità in cento cose, della tua fondamentale sanità, del tuo disordine, del tuo ugualmente eccessivo lindore… i dolci inizi del nostro matrimonio. .. E tuttavia nessuna cosa potrà mai sostituire l’unità che noi conoscemmo una volta e che Cristo solo sa che deve esistere ancora in qualche luogo… A volte sono posseduto da un sentimento fortissimo, una gelosia disperante, sbalordita, che, quando il bere la acuisce, si trasforma in un desiderio di distruggere me stesso con la mia stessa immaginazione – non, almeno, di cadere preda di… fantasmi… Il tempo è un falso guaritore, comunque. Come può chiunque presumere di parlarmi di te? Tu non puoi conoscere la tristezza della mia vita. Veglia e sonno perennemente ossessionati dal pensiero che tu puoi aver bisogno del mio aiuto, ch’io non posso dare, come io posso aver bisogno del tuo, che tu non puoi dare, vedendoti in fantasie e in ogni ombra, sono stato costretto a scriverti questa lettera, che non spedirò mai, per chiederti che cosa possiamo fare. Non è straordinario? Eppure… non dobbiamo a noi stessi, a quel nostro io che creammo, indipendentemente da noi, di tentare ancora? Ahimè, che è accaduto all’amore e alla comprensione che un tempo avevamo? Che cosa sarà di tutto ciò, che cosa sarà dei nostri cuori? L’amore è la sola cosa che dà un significato alle nostre povere esistenze sulla terra… Penserai che io sia matto, ma è anche così che bevo, come se stessi ricevendo un sacramento eterno. Oh, Yvonne, non possiamo permettere a ciò che creammo di bello di sprofondare in questo squallore… La notte, allora credo che tu sia a bordo di quel piccolo aereo che ogni mattina ci sorvola e che stai venendo a salvarmi. Poi la mattina trascorre e tu non sei venuta. Oh, ma ora prego affinché mi si esaudisca, prego che tu venga… Ma, per l’amor di Dio, Yvonne, ascoltami, le mie difese sono cadute, almeno per il momento lo sono – ed ecco l’aeroplano che passa, l’ho udito in lontananza, appena per un istante, oltre Tomalín – torna, oh, ritorna, smetterò di bere, qualunque cosa. Sto morendo senza di te. Per l’amor di Gesù Cristo, Yvonne, ritorna a me, ascoltami, è un grido di pianto, torna a me, Yvonne, non fosse altro che per un giorno soltanto… “
LA PREGHIERA ALLA VERGINE DEI DISEREDATI
“È la Vergine di coloro che non hanno nessuno,” gli aveva detto il dottore, accennando col capo verso l’ immagine. “E dei marinai in mare.” Poi s’era inginocchiato per terra, nella polvere, e posata la rivoltella – perché il Dr. Vigil andava sempre armato ai Balli della Croce Rossa – accanto sul pavimento, aveva aggiunto con tristezza: “Nessuno viene qui, tranne quelli che non hanno nessuno.” Ora il Console identificava questa Vergine con l’altra che aveva esaudito la sua preghiera, e mentre se ne stava con Cervantes in silenzio davanti a lei, pregò ancora: “Nulla è mutato e nonostante la misericordia di Dio sono sempre solo. Anche se la mia sofferenza non sembra avere senso, io sono sempre in preda al tormento. Non c’è spiegazione alla mia vita.” Infatti non c’era spiegazione, e non c’era nemmeno ciò che egli aveva voluto dire. “Ve ne supplico, concedete a Yvonne che si avveri il suo sogno – sogno? – d’una nuova vita con me, ve ne prego, lasciatemi credere che tutto ciò non sia l’abominevole forma di una mia illusione,” tentò… “Ve ne prego, fate che io la renda felice, liberatemi di questa mia terribile tirannide. Sono caduto in basso. Fatemi pure cadere più in basso ancora, ond’io possa conoscere la verità. Insegnatemi ad amare di nuovo, ad amare la vita.” Nemmeno così andava bene. “Dov’è l’amore? Fatemi veramente soffrire. Rendetemi la mia purezza, la conoscenza dei Misteri, che ho traditi, perduti… Rendetemi veramente solo, ond’io possa sinceramente pregare. Lasciateci essere felici ancora in qualche posto, non fosse altro che insieme, non fosse altro che fuori di questo mondo terribile. Distruggete il mondo!” gridò nel suo cuore. Lo sguardo della Vergine era chino, come in atto di benedire, ma forse non aveva udito. “
La Vergine aveva esaudito il suo primo desiderio, quello, cioè, che tornasse Yvonne, non esaudisce questa nuova preghiera. Geoffry non ha fatto altro che bere e cercare di incontrarsi con la moglie, in tentativi che vanno sempre a vuoto, Yvonne è tornata ma non si incontrano. Ora il console si identifica con l’alcol stesso, le sue lacrime sono di mescal, la sua mano diviene parte integrante del bicchiere, la sua voce è resa opaca e lontana, e trema, tremano le sue mani , trema la sua anima, trema tutto e sempre fino alla morte nella barranca tra i rifiuti, accompagnato dal cadavere di un cane nero.
Concepire questa odissea alcolica, così strutturata e complessa da richiedere anni di revisioni e riscritture, da far sì che il romanzo non solo non sia paragonabile a nessun altro ma mostri la perfezione di un gioiello, è stato per Lowry un macigno sull’anima, una fatica improba. Per registrare la complessità del mondo, attraverso il suono delle parole, occorrono i simboli, le allegorie, i riferimenti letterari perché ogni particolare, sia pur minimo, della realtà, sia in primo piano e trovi la sua corrispondenza precisa nella sorte universale “ fissò la sigaretta: sembrava destinata, come l’umanità, a consumarsi a breve, a non restare”.
Alla fine del romanzo tutto si confonde in una babele di lingue, siamo all’esito fatale, annunciato fin dall’ inizio, ineluttabile, siamo al caos , al precipizio e, sullo sfondo con i vulcani, si prepara una minacciosa tempesta, come nella morte di Cristo, come per l’incombere di ombre maligne. . Siamo nel 1938 e la seconda guerra mondiale è dietro l’angolo. Non a caso gli artisti in genere, e gli scrittori in particolare, quelli tra i più sensibili, prevedono e preannunciano.
”…non era il vulcano, era il mondo stesso che stava esplodendo, che esplodeva in neri grumi di villaggi catapultati nello spazio, e lui che cadeva in mezzo a tutto ciò, nell’incredibile pandemonio di un milione di carri corazzati, nel bagliore di dieci milioni di corpi fiammeggianti, cadeva entro una foresta, cadeva…” E il romanzo termina con la scritta (in spagnolo):
Le piace questo giardino?
Che, è suo?
Faccia in modo che i suoi figli non lo distruggano!

