Per essere contenti della vita
Occorre godere fino in fondo,
non lasciamo le coppe d’oro vuote alla luna!
Il talento che il cielo ci ha donato
Servirà di sicuro,
per mille monete d’oro dissipate,
altrettante torneranno.
Cuocere l’agnello, uccidere il bue,
quale piacere!
Dovete tracannare d’un sol fiato
Trecento coppe.
Maestro Cen e amico Dangiu,
bevete senza mai fermarvi.
Questa poesia è di Li Bai, conosciuto in Occidente come Li Po, considerato il più grande poeta della dinastia Tang ( 618/907) e uno dei massimi esponenti di tutta la letteratura cinese, detto “ l’immortale”, capace di scacciare spiriti e demoni e di mostrare l’armonia vitale della Natura. Con la maledetta passione del bere, anche lui, nella Cina dell’VIII secolo.
La verità è che della Cina e del suo passato ancora oggi, la maggior parte delle persone sa pochissimo perché la Cina, un continente segnato da grandi invenzioni e da un elevato grado di civiltà, sebbene commerciasse dalla notte dei tempi con atrii paesi, rimaneva sostanzialmente chiusa, impenetrabile e misteriosa. Bisogna arrivare al XIII secolo e a Marco Polo per avere notizie, sia pure con molti dubbi sulla verità del racconto, avendo Marco Polo come scopo principale quello di “ meravigliare” il lettore. Ci vogliono il secolo XX, Ezra Pound e la sua passione per Confucio perché la letteratura cinese, e soprattutto la poesia, siano rivelate al mondo occidentale.
Nella storia della Cina ci sono state epoche nelle quali il livello di civiltà è stato davvero alto nelle tecnologie, nel pensiero, nella letteratura, nello spirito. Uno di questi periodi d’oro fu quello sotto la dinastia Tang .e proprio sotto quella dinastia visse il grande poeta Li Bai, sebbene negli anni ormai avviati alla decadenza. Li Bai era una mente elevata e spirituale, vinta dalla passione per il vino che, nei momenti difficili, diveniva ebbrezza fuori controllo e che, pare, lo abbia portato alla morte., come diremo in seguito.
In Cina l’amore per l’alcol ha avuto modo di svilupparsi fin da tempi antichissimi, addirittura dall’età del bronzo, quando la bevanda aveva già una funzione nelle alte sfere della società ed era la bevanda prediletta nelle corti, tra i signori, presente nelle divinazioni, e tra la gente di cultura. Entrava a pieno titolo nei riti religiosi. Non sappiamo, però, con certezza quale vino consumassero. Data l’immensità degli spazi del territorio è naturale pensare che fossero molte le varietà selvatiche di viti presenti ma all’inizio probabilmente non attecchivano quelle propriamente da vino. A confondere c’è il fatto che fino al III secolo a.C. non facevano differenza tra il vino ricavato dal riso e il succo fermentato di uva o altre bacche o frutti
Ben documentata è invece quella che secondo gli studiosi è la data d’ingresso della prima vite coltivata: l’anno 128 a.C., ossia dopo la spedizione del generale cinese Chang Chien, spintosi fino a Fergana, a est di Samarcanda, che si procurò i semi della vitis vinifera e dell’erba medica per portarli in dono all’imperatore. Nella relazione che li accompagnava annotò che gli abitanti più facoltosi di Fergana erano forti bevitori e possedevano enormi scorte di vino molto vecchio nelle cantine.
Il consumo del vino non si diffuse però massicciamente perché all’ inizio non del tutto in sintonia col gusto dei cinesi e per altre prevenzioni, quasi superstizioni. Due erano i tipi di vino d’uva: uno di gusto più morbido ricavato dalla fermentazione del mosto e l’ altro, molto più robusto, ottenuto attraverso la distillazione a caldo, prodotto sulla via per la Persia.
Confucio ( 551/ 479 a.C.) consiglia: “accostatevi pure al vino ma non bevete fino all’ebbrezza”. Ecco la famosa saggezza cinese che, però, come ovunque, troppo spesso non è affatto rispettata.
Nell’antica farmacopea cinese, cioè nella “Materia Medica essenziale”, si trovano varie prescrizioni a base di uva e di vino. Ecco alcuni consigli:
“L’uva cura i reumatismi e facilita la circolazione dei flussi.
Il frutto (della vite) guarisce l’idropisia, regola e imbriglia i flussi e fa orinare. “
“Aggiungi vino al sale arrostito e bevilo; servirà ad arrestare le emorragie delle vene e delle arterie provocate dalle ferite.”
“Durante le epidemie aggiungi vino all’uva: potranno essere evitate piaghe e ascessi.”
“L’uva fa bene ai muscoli e alle ossa, potenzia il flusso vitale, giova alla salute, rende resistenti alla fame, cura i reumatismi, rende immuni ai raffreddori, fa dimagrire, tiene lontana la vecchiaia e fa ringiovanire; puoi inoltre farne vino. “
“ Usate la radice della vite per bloccare il vomito e la nausea causate dal colera”
“ Se una donna incinta è oppressa dal feto che si agita contro il cuore, bevendo il decotto di radice farà discendere l’utero e avrà sollievo.
Tornando alla poesia di Li Bai, e in generale a quella cinese, in cosa si differenzia questa da quella occidentale? E’ l’ideogramma a fare la differenza.
Il cinese è un sistema di scrittura “logografico”, in cui, cioè, ogni simbolo rappresenta non una cosa, tanto meno un suono ma un concetto. Ancora oggi si usano decine di migliaia di simboli che sono un’evoluzione di quelli originali del terzo secolo avanti Cristo. E trattandosi di ”un concetto”, possiamo parlare di una cosa che contiene la sua azione, il suo movimento, il suo dinamismo, dal quale non è possibile separarla. Tutto questo è ben impresso nella mente cinese. La cosa che conserva in sé l’azione ha una sua vita, è qualcosa di attivo, è arricchita; parola e verbo finiscono con lo stare abbracciati in modo amorevole. La mente non separa il nome dal verbo, l’oggetto dalla sua azione, la cosa dalla sua vitalità. Tutto si muove e se noi diciamo “il vecchio è stanco”,un cinese direbbe “ il vecchio si stanca” perché la copula , seguita dall’attributo, dà un’idea di fissità, di fermo immagine, di natura statica ma la realtà non è mai statica. E il famoso fiume presso il quale siede il saggio cinese scorre senza sosta. E così i versi di Li Bai vanno assaporati uno per uno per quello che sono: concetti vivi. Come in questi versi:
Bivacco notturno al monastero sui monti
Allungo la mano, afferro le costellazioni
Non oso parlare ad alta voce
Ho paura di svegliare chi sta sopra il cielo
O questi altri:
A Tan Chiu
L’amico mio dimora
In alto sui monti dell’Est;
Gli è cara la bellezza
Delle valli e dei monti.
Nella stagione verde
Giace nei boschi vuoti;
E dorme ancora quandoIl sole alto risplende.
Un vento di pineta
Gl’impolvera maniche e manto;
Un ruscello ghiaioso
Gli terge il cuore e l’udito.
T’invidio! Tu che lontano
Da discorsi e discordie
Hai la testa appoggiata
A un guanciale di nuvole azzurre.
Ecco, quella testa appoggiata ad un guanciale di nuvole azzurre è un’immagine che si imprime bene nella mente di chi legge, dando un senso di pace e leggerezza ma anche del lieve e fluido movimento multiforme, tipico delle nuvole.
Poi arrivano i versi sul vino, spesso dettati da delusioni cocenti per non essere stato messo in grado dall’imperatore di aiutare, come avrebbe voluto, il suo popolo:
Sveglio, sgranai gli occhi abbagliati sul prato:
Un uccello cantava, solo, in mezzo ai fiori.
Mi chiesi se il giorno era stato bello o piovoso:
Lo zeffiro ne parlava all’uccello mango.
Da quel canto commosso trassi un lungo sospiro.
E poiché il vino c’era riempii la mia coppa.
Come un pazzo cantando attesi l’alba lunare;
A canzone finita tutti i miei sensi se ne erano andati.
O ancora
Bevendo da solo sotto la luna
Da una brocca di vino, in mezzo ai fiori,
solo, mi verso da bere, senza un amico accanto.
Levando la coppa, invito la pallida luna.
Ora siamo in due e, con la mia ombra, addirittura in tre.
La luna – è vero – non osa bere.
L’ombra, poi, si limita a seguirmi meccanicamente.
Ma, almeno per un poco ho trovato dei compagni: la luna, l’ombra,
disposti a fare allegria, per arrivare alla primavera.
Mi metto a cantare, e la luna tenta in modo maldestro qualche passo di danza.
Mi metto a ballare, e l’ombra si agita scompostamente.
Finché sono stato lucido, direi che ci siam fatti buona compagnia.
Ma poi ho preso una bella sbronza, e ciascuno se n´è andato per conto suo.
Ormai legati per sempre, senza passioni,
ci diamo appuntamento, lontano, sul fiume delle nuvole
Ritornano sempre i temi della natura: la luna onnipresente, qui perfino come maldestra compagna di ballo, il fiume, le nuvole, poi la solitudine, la propria ombra e il vino che regala una falsa compagnia, in realtà isola e spegne la passione.
Prendi la spada per tagliare l’acqua,
l’acqua continua a scorrere,
Alza il calice per lenire la tristezza,
la tristezza aumenta sempre di più.
In questa similitudine Li Bai sottolinea come tra la spada che non riesce a tagliare l’acqua e il calice che non addolcisce la tristezza, la situazione con l ’alcol è peggiore, perché mentre l’agire della spada è vano, quello del calice non solo non placa l’afflizione ,ma l’aumenta.
La leggenda narra che Li Bai morì perché, ubriaco, sarebbe entrato nell’acqua annegando nel vano tentativo di afferrare il riflesso della luna. Ed è perfino facile credere che sia andata davvero così, perché esiste una sua quartina che sembra anticipare esattamente quella morte, con incredibile preveggenza, legando per sempre stretti stretti il poeta e il suo spirito inquieto all’alcol e alla luna:
In compagnia del vino non avverto la notte.
Di fiori caduti ho riempito il mantello.
Sono ubriaco, mi alzo e inseguo la luna nel torrente.
Tornano al nido gli uccelli e pochi sono rimasti i miei compagni.

