“ La birra ti fa sentire proprio come ti dovresti sentire senza la birra”. Questa frase divertente, spesso citata da Lawson, nasconde una realtà tragica, riposta nella vita dello scrittore. Soffrendo di depressione e alcolismo, nei primi anni del ‘900 trascorse diversi brevi periodi al Darlinghurst Gaol, prigione australiana costruita alla fine dell’’800 come una fortezza, dove vennero impiccate settantacinque persone. Le accuse per lui erano di pubblica ubriachezza e di mancato sostentamento per il figlio. Trascorse anche del tempo in sanatorio per malattie mentali e ricevette aiuto psichiatrico. Henry chiamava la prigione “ the Starvinghurst Goal” dove “Starve” sta per “ morire di fame” a causa delle miserevoli porzioni di cibo che venivano distribuite. Lawson ha sempre sostenuto che si era dato all’alcol per superare la timidezza, la sordità, per trovare rifugio dalle infinite cose che sentiva in modo struggente, che però non era mai stato in grado di gestire. Sembrava che solo bevendo trovasse la fiducia in se stesso, il coraggio di contrastare le difficoltà del mondo e la capacità di realizzare qualcosa. Certo, proprio il fatto di essere divenuto parzialmente sordo a sette anni e definitivamente sordo all’età di quattordici, nonostante l’amore dei genitori, era stato un trauma profondo che lo allontanava dalle persone. Portandolo all’isolamento.
Eppure stiamo parlando del più famoso poeta e autore di racconti del periodo coloniale in Australia. Pochissimo noto in Italia, la cui unica opera tradotta nella nostra lingua è una serie di racconti che risulta ormai introvabile. Henry Lawson era nato a Grenfell nel 1867 ed è morto a Sidney, nel 1922, come da triste tradizione degli alcolisti, a cinquantacinque anni. Nelle sue raccolte di poesie e soprattutto nei volumi di racconti, tra i quali ricordiamo While the billy boils ( Mentre il pentolino bolle,1896) e On the track and over the sliprails ( In pista e sopra le rotaie,1900), rappresenta la vita della steppa, la sua durezza, il coraggio e la rassegnazione degli uomini e delle donne che ci vivono. Proprio questi temi, così trattati, con realismo e rispetto e umanità, hanno fatto di Henry Lawson uno dei padri fondatori della letteratura australiana. Sono storie in cui dominano il cameratismo tra gli uomini, umili mandriani, tosatori di pecore e lavoratori itineranti, la compassione per le disgrazie degli altri, l’austerità delle situazioni in cui vivono donne e bambini all’ interno di un paesaggio uniforme e impervio. Lawson ritrae questa umanità con grande empatia e ne sa cogliere la strenua lotta per sopravvivere in un mondo ostile e il coraggio di affrontare l’ignoto. Leggendo le sue pagine si osserva un linguaggio scarno, semplice, disadorno che racconta anche, e forse di più, attraverso il non detto, il taciuto, l’intuibile. Del resto lo stesso habitat in cui queste creature si muovono, sgobbano e respirano, pretende un linguaggio sottratto al di più, che sottolinei la spontaneità e la rassegnazione ad una vita aspra. Questi racconti dedicati alla gente del bush, della steppa, fanno di Henry Lawson il Mark Twain australiano. Infatti il lavoro di riflessione critica dell’ autore americano sulla differenza che inevitabilmente caratterizza l’inglese e la letteratura in genere prodotti negli USA da quelli dell’Inghilterra per stile, per vocaboli, per temi. Stessa riflessione e stessa diversità di temi in Lawson. Dai suoi racconti emerge il variegato quadro del bush australiano, che non trova niente di vagamente paragonabile in Inghilterra ma che diventa il vero protagonista delle sue opere, affrancando la letteratura australiana da quella dei colonizzatori inglesi. I racconti di Lawson mostrano trama e ordito di piccole, anonime vite, di esseri umani schivi e forti, essenziali nei gesti e nelle parole, rassegnati alla fatica eppure con la speranza ancorata ad un futuro migliore. Su tutto domina il pessimismo di fondo dell’autore che ha origine nella sua stessa esistenza, sofferta e resa particolarmente sensibile dalle lunghe assenze del padre dovute a lavori stagionali, forse anche dalle alte aspettative nutrite su di lui da una madre intellettuale e dai danni fisici irreversibili.
Riportiamo due pezzi di un bellissimo racconto intitolato “La moglie del mandriano” che fa parte della raccolta “ While the billy boils”, che narra l’avventura notturna con un serpente velenoso di una donna rimasta a casa da sola e con quattro bambini piccoli, che può contare solo sull’aiuto del suo cane e del suo sangue freddo:
“La casetta a due stanze è costruita con legname arrotondato, lastre e corteccia di eucalipto, pavimentata con lastre. Una grande cucina in corteccia si trova ad un’estremità della casa, veranda inclusa . Tutt’ intorno la steppa, steppa senza orizzonti perché la campagna è piatta e nessuna montagna appare in lontananza; la steppa è costituita da alberi nativi da melo, rinsecchiti e marci, niente sottobosco, niente che dia sollievo alla vista, tranne il verde più scuro delle querce che sospirano sullo stretto torrente, quasi senza acqua. Diciannove miglia per un segno di civiltà, una baraccopoli sulla strada maestra.
Il mandriano, un ex colono abusivo, è via con le pecore. Sua moglie e i bambini sono rimasti qui da soli.
Quattro bambini straccioni e magri stanno giocando intorno alla casa . All’ improvviso uno di loro grida: “Un serpente, qui, Madre, un serpente!” Una donna scarna, col volto bruciato dal sole della steppa, si precipita dalla cucina, solleva il bambino da terra e, tenendolo sull’anca sinistra, cerca un bastone.” Dov’è?” Chiede, “ Qui! Entrato dentro il mucchio di legna” grida il più grande dei bambini, un monello di undici anni col viso affilato. “Fermati, Madre! Lo prenderò io il furfante, state indietro”.
“ Tommy, vieni qui, vieni qui immediatamente o ti morderà! Torna qui, disgraziato!” Il più piccolo arriva riluttante con un bastone più grosso di lui e grida trionfante:” E’ andato là, sotto la casa!” Grida col bastone sollevato. Proprio in quel momento il grosso cane, miscuglio di tutte le razze, nero, con l’occhio giallo, che aveva mostrato il più selvaggio interesse nella questione, spezza la catena e corre dietro al serpente ma arriva tardi per una questione di attimi e il suo naso raggiunge la lastra proprio mentre la coda sparisce. Proprio nello stesso momento il bastone del bambino si abbatte sul suddetto naso. Alligator neanche prende nota e prosegue nel danneggiare la casa ma è sottomesso dopo una lotta e incatenato. Non possono rischiare di perderlo. La moglie del mandriano raduna i bambini intorno al cane mentre lei fa la guardia. Prepara due piattini di latte e li mette vicino al muro per tentare il serpente ma passa un ‘ora e quello non si fa vedere. Sta arrivando il tramonto e si prepara una tempesta. I bambini devono essere portati dentro, ma non li porterà in casa perché sa che il serpente è lì e che in qualsiasi momento può uscire fuori dalle lastre del rozzo pavimento. E allora prende diverse bracciate di legna da ardere e porta i bambini lì.
La cucina non ha un pavimento o, meglio, ha un pavimento di terra chiamato da queste parti della steppa “ ground floor”. Al centro della cucina c’è un vecchio, rozzo tavolo, mette i bambini, due maschi e due femmine, piccolissime, sopra il tavolo, dà loro una modesta cena e rientra in casa prima che si faccia buio. Afferra alcuni cuscini e delle lenzuola, aspettandosi ogni momento di vedere sulla sua mano il serpente, arrangia un letto sul tavolo della cucina e ci sistema i bambini e si siede accanto, apprestandosi a fare la guardia. Ha un occhio verso un angolo e al fianco un alberello verde a mo’ di bastone appoggiato sul cassettone pronto all’uso, anche la cesta del cucito e una copia del “ Young ladies Journal”. Ha portato il cane nella stanza. Tommy dice che rimarrà sveglio tutta la notte e che spiaccicherà quel maledetto serpente. La madre gli chiede quante volte gli ha detto di non imprecare. Ha il suo bastone con lui, sotto le lenzuola. E Jackey protesta: “Mamma, Tommy mi sta spellando vivo col suo bastone, digli di portarlo fuori”.
Tommy: “Zitto, piccolo … ! Vuoi essere morso dal serpente? Se sei morso ti gonfi e puzzi”.
Jackey ammutolisce…
Non le fa molto piacere pensare che sta lì seduta da sola, accanto al fuoco, a fare da guardia al serpente. Tutti i giorni sono uguali per lei ma di domenica pomeriggio si riveste, mette in ordine i bambini, rende più bella che può la piccolina ed esce per una passeggiata solitaria lungo il percorso della steppa, spingendo una vecchia carrozzina davanti a sé. Fa questo tutte le domeniche. Fa di tutto per rendere se stessa e i bambini belli e curati come se andassero a farsi ammirare in città. Non c’è niente da vedere, non c’è un’anima da incontrare. Si potrebbe camminare per venti miglia senza fissare un punto nella mente, a meno che non si sia uomini della steppa, è così a causa dell’infinita uniformità dei rachitici alberi che fa impazzire, quella stessa monotonia che spinge un uomo ad andare via e a viaggiare lontano quanto può fare un treno o a navigare lontano quanto può fare una nave. Ed anche di più.”… ( Traduzione a cura di chi scrive).
Poche pennellate per questi ritratti interiori ed esteriori, che dicono di più di quanto si racconti, che risaltano vivi sullo sfondo della desolata, onnipresente steppa. Su tutto domina il pessimismo di fondo dell’autore che ha origine nella sua stessa esistenza, sofferta e affinata da un forte senso di inadeguatezza e isolamento per le lunghe assenze del padre dovute ai lavori stagionali e forse anche dalle alte aspettative nutrite su di lui da una madre intellettuale, dalla sordità mai davvero accettata, dalle responsabilità domestiche che ebbe fin da giovanissimo. Il carattere chiuso, introverso, tendente alla depressione lo portarono presto non solo alla rottura del matrimonio ma anche, nonostante fosse già un autore di successo , all’autodistruzione attraverso debiti e alcolismo. Non è nemmeno da sottovalutare l’influenza che ebbe su di lui e, come abbiamo detto, sulla sua scrittura, il paesaggio australiano, quella natura vasta, uniforme ed ostile affrontata con coraggio dai suoi personaggi, in lui diventa “ a miserable little hell” come scrive nella sua autobiografia, una natura selvaggia e disidratata, come il girone dell’Inferno con la palude stigia, da cui bisogna sempre difendersi perché alienante e distruttiva, sia pure con un fascino singolare e perverso. L’ossessività della vita di stenti e preoccupazioni che vivono i minatori, i coltivatori, i tosatori di pecore, gli allevatori di bestiame che attraversano il bush diviene l’ossessività di Lawson.
Lo scrittore è stato ampiamente riconosciuto come il poeta più popolare in Australia e, nel 1922, è diventato il primo scrittore australiano ad essere onorato con un funerale di Stato. Nel 1966, alla nascita del dollaro australiano, l’immagine di Henry Lawson illustra il primo biglietto da dieci dollari. Ogni anno a giugno a Grenfell si tiene un festival dedicato a lui, per promuovere la conoscenza delle sue opere, per incoraggiare nuovi artisti emergenti.

