Nel 2021 esce il libro “Three-Martini Afternoons at the Ritz: The Rebellion of Sylvia Plath and Anne Sexton”, di Gail Crowter; si tratta di una doppia biografia e della dolorosa vicenda umana di due poetesse del ‘900 molto note ma ingabbiate negli stereotipi della vita della media borghesia americana degli anni ‘50/’60.
Sembra naturale presentare insieme queste due scrittrici, entrambe americane, giovani, belle, talentuose, amiche e rivali, mamme di due figli, perché tanti sono gli aspetti in comune, ed è facile immaginarle sedute insieme al Ritz, nei pomeriggi dopo il corso di poesia, a bere i loro Martini ma anche a parlare, tra una nocciolina e l’altra, di morte, suicidio e letteratura, come se nella loro mente questi argomenti si legassero inestricabilmente. Le circostanze che le avvicinano, stringendo intorno a loro nodi insolubili, sono fatali. Non è certo l’ amicizia in sé a rendere tragica la loro vita, ma è possibile che la reciproca conoscenza abbia fatto da sponda e risonanza, dall’una all’altra, alla loro insanabile fragilità.
Anne Sexton, nata nel 1928 a Newton. Massachusetts, elegante, sensuale, occhi verdi, sposata ad un uomo d’affari, apparentemente sicura di sé, aveva avuto un padre alcolista e una dolorosa difficoltà nei rapporti con i genitori, sentiti sempre come ostili. A volte cadeva in trance, altre volte aveva grossi problemi a rimanere concentrata, sempre in agguato il buio della depressione. Aveva anche bisogno di relazioni con altri uomini che la facessero sentire protetta. L’evento che le fa incontrare Sylvia Plath è il corso di poesia tenuto a Boston da Robert Lowell, corso che influenzerà entrambe guidandole verso la poesia cosiddetta “confessionale”, attraverso la quale è possibile aprirsi, come in un intimo diario, a temi mai messi in versi prima e in particolare quelli di Anne saranno controtendenza e disinibiti. Di quattro anni più grande della Plath, Anne viene a sapere nel 1963 del suicidio a Londra dell’ amica di soli trenta anni, col gas del forno di casa, rimanendone molto colpita. La seguente lettera a Charles Newman, responsabile di “Tri-Quarterly”, raffinata rivista della Northwestern University, racconta alcuni particolari del suo rapporto con Sylvia Plath, riferiti nella speranza che Sylvia non sia dimenticata e per lei scrive anche una poesia.
“Caro Mr Newman,
Sono proprio contenta che tu stia lavorando a un numero primaverile con una sezione dedicata a Sylvia Plath…
Per quel che mi riguarda. Oh cavolo! Non c’è bisogno di altre parole o di altra enfasi. Si potrebbe ben dire che io non abbia alcun contributo da dare… Comunque, presumo che tu abbia visto la poesia, l’elegia che ho scritto per Sylvia in Poetry. L’ho inviata a una rivista americana perché avevo la tua stessa impressione, che qui non l’avrebbe notata nessuno. Spero che tu l’abbia letta e magari ristampi gli articoli inglesi su di lei, quelli di Alvarez, o quelli in The Critical Quarterly. Se non li conosci per favore fammelo sapere. Sono importanti!!! Potrei aggiungere, su Sylvia, solo un piccolo abbozzo, come la mia poesia. La conoscevo da un po’ quando ero a Boston. Siamo cresciute nella stessa cittadina, Wellesley, ma lei è di circa quattro anni più giovane di me e non ci siamo mai incontrate. Ci siamo conosciute solo quando lei ha sposato Ted Hughes ed è andata a vivere con lui a Boston. Dopo di che ha saputo, e George Starbuck ha sentito, che avrei partecipato a un corso tenuto da Robert Lowell alla Boston University. Allora si sono iscritti tutti e due… orbitavamo silenziosamente intorno alla classe e poi, dopo ogni lezione, ci infilavamo nella mia vecchia Ford e sfrecciavamo nel traffico verso il Ritz, o lì vicino. Parcheggiavo sempre davanti a un cartello “Zona di carico” e dicevo loro “Va bene, perché adesso andiamo a caricarci” e ci infilavamo nel Ritz a bere tre o quattro Martini… spesso, molto spesso, Sylvia e io parlavamo a lungo dei nostri primi tentativi di suicidio, a lungo, in dettaglio, in profondità, tra una nocciolina e l’altra. Il suicidio è, dopotutto, l’opposto della poesia. Sylvia e io discutevamo spesso di opposti. Ignorando Lowell e le poesie lasciate a metà. Dopo uscivamo dal Ritz e andavamo tutti e tre a spendere i nostri ultimi centesimi alla Waldorf Cafeteria, una cena a 70 cents. […] Ted sapeva aspettare Sylvia o non gli importava niente e io dovevo rimanere in città (vivo fuori) per un appuntamento delle 19 con [Dr. Martin]. Un trio curioso. Ho sentito che già da allora Sylvia era determinata a farcela, a essere grande. Al tempo non me n’ero accorta. Ero troppo determinata io stessa. Lowell disse, prima e in seguito, “Mi piace la sua opera. Va dritta al punto”. Non ero d’accordo. Secondo me incalzava il punto con la sua forma e le sue immagini complesse e remote.
Mi sembrava che non stesse davvero creando una sua forma e un suo significato personali. Sapevo che aveva talento. Intensa, perspicace, strana, bionda, dolce Sylvia… dall’Inghilterra all’America ci siamo scambiate qualche lettera. Le ho ancora ovviamente. Lei cita le mie poesie e io le mandavo quelle nuove non appena le scrivevo – non ne sono sicura. I tempi della “zona di carico” erano finiti e noi ci mandavamo aerogrammi da una parte all’altra, ogni tanto… Sylvia scrisse di un figlio, l’allevamento di api, un altro figlio, le mie poesie – e poi nel suo silenzio, morì…
Aggiungo anche che credo che le sue ultime poesie, il suo secondo libro, sia veramente fantastico. Posso dire che non avrei mai pensato che avesse tutto ciò dentro di sé. Eravamo due compagne di bevute – parlavamo di morte – non di creazione… Fammi sapere se vuoi che aggiunga qualcosa al racconto dei compagni di bevute… E se ti serve o ti potrebbe servire qualche consiglio. Vorrei aiutare. Mi vergogno dell’America, quando penso alle ultime poesie di Sylvia. Tengo letture a diverse università e mai nessuno accenna alle sue opere. Sono tutti pazzi? Tu no, in ogni caso. Le ultime poesie, a mio parere, valgono una vita intera.
IN MORTE DI SYLVIA
Sylvia, Sylvia,
Con una scatola morta di pietre e cucchiai,
Con due bambini, due meteore
Libere di girovagare nella piccola stanza dei giochi,
Con la tua bocca fra le lenzuola,
Nella trave del tetto, nella preghiera muta,
(Sylvia, Sylvia,
Dove sei andata dopo avermi scritto dal Devon
che coltivavi patate e allevavi api?)
A cosa ti sei avvicinata,
Come ti ci sei sdraiata dentro?
Ladra! —
Come ci sei strisciata dentro,
Scivolata giù da sola
Nella morte che volevo così tanto e da così tanto tempo,
La morte che entrambe dicevamo di aver superato,
Quella che indossavamo sui nostri piccoli seni,
Quella di cui così tanto parlavamo ogni volta
Che a Boston ci scolavamo tre martini extra dry,
La morte che parlava di terapisti e cure,
La morte a cui brindavamo,
I moventi e poi l’atto silenzioso?
(A Boston l’ultima corsa in taxi, sì ancora morte,
quella corsa verso casa col nostro ragazzo.)
Sylvia, ricordo il batterista assonnato
Che batteva sui nostri occhi con una vecchia storia,
Come volevamo lasciarlo venire
Come un sadico o una checca di New York
A fare il suo lavoro,
Una necessità, una finestra sul muro o sulla culla,
E da allora lui aspettava
Sotto il nostro cuore, la nostra dispensa,
E ora capisco che l’abbiamo depositato
Anno dopo anno, suicidi di vecchia data,
E alla notizia della tua morte riconosco
Un terribile gusto per essa anch’io, come col sale.
(Ed io, anche io. E ora, Sylvia, ancora tu ancora con la morte,
che corri a casa col nostro ragazzo.)
E dico solo
Con le mie braccia protese in quel posto di pietra,
Cos’è la tua morte
Se non una vecchia appartenenza,
Un peso caduto fuori
Da una delle tue poesie?
(Amica mia, quando la luna è cattiva,
e il re andato, e la regina non sa dove sbattere la testa
l’ubriacone dovrebbe cantare!)
Piccola madre,
Anche tu!
Buffa duchessa!
Bionda creatura!
Perché Anne definisce l’amica “ ladra”? La chiama così per aver sottratto a lei, Anne, la sua stessa morte, per avere esaudito quel desiderio, compagno di tutta la vita, di farla finita. Come dice la Sexton al suo psichiatra: “Quella morte era mia!”. Ma nel 1974, entrando nel garage con in mano un bicchiere di vodka e una radiolina, anche Anne si toglie la vita col gas, non del forno della cucina che negli Usa erano già divenuti elettrici, ma con quello di scarico di monossido di carbonio della sua macchina. Il desiderio di finirla con terapie, depressione, dipendenza da alcol, insieme alla certezza di perdere il controllo di se stessa e diventare non autosufficiente annebbiava tutto il resto, illuminando solo la via verso l’ultimo gesto mortale che le rimaneva da compiere? Lo compì anche lei quel gesto, lasciando così alle figlie la più pesante delle eredità.
Nelle sue ultime opere, prima di quelle ormai sovrastate dal caos, aveva lottato rivolgendosi anche alla religione quale ultima speranza per esorcizzare la morte e aveva scritto “The book of folly” del 1972, “The death notebook” del 1974 ma il suo destino era ormai segnato.
La fine identica delle due donne porta inevitabilmente molti critici e lettori a vedere tra loro uno stretto parallelismo. Nella fama però hanno avuto un destino diverso. Se Anne Sexton in vita aveva goduto di notevole fama, vincendo premi importanti, arrivando a guadagnare tanto per le sue letture pubbliche, seguitissime, la Plath divenne famosa dopo la morte, soprattutto con la raccolta di poesie pubblicata postuma “Ariel” e il suo unico romanzo, in gran parte autobiografico, “La campana di vetro”, finendo con l’imporsi come figura tragica e geniale che offuscherà le opere dell’amica.
Sembra quasi che Anne Sexton abbia avuto tutto quello per cui l’amica, nei suoi diari, lottava. La Plath, infatti, timida, insicura, introversa, sposata con il poeta inglese Ted Hughes,fedelissima e sempre in difficoltà economiche, non riceveva gli applausi delle paladine della liberazione sessuale femminile, non vinceva grandi premi. Anche se Lowell, mettendo a confronto le poesie delle due scrittrici, preferiva quelle della Plath.
Se si guardano le molte foto in internet di Sylvia Plath, si vede un volto di ragazza americana, pulito pulito, stile collegiale, dagli occhi profondi che fissano intensamente o che sorridono, non si immaginerebbe mai quello che è stato il suo mondo interiore, intenso, lacerante, con un legame assoluto col marito, con l’infelicità di un rapporto mancato col padre, col senso costante di inadeguatezza o, peggio, con la mancanza del senso della vita, con l’aspirazione alla perfezione. E l’alcol non è stato per lei una vera dipendenza, una passione, ma un mezzo usato per tentare di alleggerire il fardello psicologico e pscicopatologico che insisteva sul suo spirito; la stessa funzione che avrebbe dovuto avere la sua scrittura, una tecnica liberatoria e salvifica, ma non è stato così, anzi, quel tipo di poesia, e pensiamo in particolare alla terribile “ Daddy”, terribile davvero, nonostante il titolo affettuoso, tra le sue più note, sembra, invece, fornirle la forza che la spinge al suicidio.
“Morire
è un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in un modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho la vocazione”.
Questi versi sono tratti da “Lady Lazarus“, una poesia con l’evidente richiamo al risuscitare, pubblicata postuma nella raccolta, già citata, “Ariel”, del 1965, dalla quale è possibile capire come il morire arrivi ad essere concepito come forma d’arte, vocazione, talento da spendere, unico momento davvero centrale. E’ la vita ad apparire scomoda, insopportabile, nell quale tutto può ferire, perfino l’arrivo inaspettato di un mazzo di tulipani rossi nella stanza dell’ospedale, perciò è necessario studiare, ragionare e, soprattutto, perfezionare l’atto del morire. I tentativi di suicidio non sono un fallimento, sono una prova generale verso la compiutezza.
Ted Hughes è stato accusato di aver avuto un ruolo importante nella morte della moglie ma Sylvia Plath aveva tentato il suicidio anche prima di conoscerlo.
Per lei, l’unica vera ragione di vita si rivela il marito, un uomo da cui era letteralmente dipendente, nei confronti del quale ha vissuto un amore quasi malato e che la deluderà profondamente. Un amore che l’autrice ha racchiuso in “Lettera d’amore”, una poesia in cui narra come Ted sia entrato nella sua vita sconvolgendola completamente, facendole vedere all’improvviso la sua esistenza da un punto di vista nuovo. Un matrimonio che si è però rivelato infelice e destinato a finire presto. Non doveva essere facile stare accanto ad una donna complessa come Sylvia e, dopo vari tradimenti, Ted la lascia per un’altra donna , Assia Wevill, che, per un destino sempre piu tragico, si suiciderà a sua volta con barbiturici e gas sei anni dopo, portandosi dietro la figlioletta di quattro anni.
LETTERA D’AMORE
“Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine…
…Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in alto.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono…”
Questi i versi iniziali e finali della poesia dedicata al marito: albero e pietra che si fa nuvola, che scintillano, lui e lei, ma è un amore tanto travolgente quanto malato, pare anche che il marito arrivi alle percosse. Eppure: “Gli altri uomini sembrano formiche se paragonati a lui. Non sono attratta fisicamente da nessun altro. La mia anima e la mia mente sono inestricabilmente legate a Ted. Sento di condurre una vita indipendente – lavoro, scrivo, ho la mia arte e la mia reputazione, i miei bambini – eppure questi mi sembrano meri sproloqui se non posso credere in lui ed amarlo.
E poi, come potrei mai essere, se tornasse? Sono troppo piena di odio, di risentimento, di desiderio di uccidere la maledetta ragazza a cui devo la mia miseria. E come posso smettere di essere infelice? Così non posso fare a meno di odiarmi.” Questo scrive Sylvia alla sua terapeuta, dopo pochi giorni sigilla la stanza dei bambini col nastro isolante e mette la testa nel forno.
Sono molte le poesie di Sylvia Plath che fanno presagire la tragica fine: il suo animo così tormentato è infatti quasi sempre il soggetto principale dei suoi testi, che molto spesso contengono pensieri cupi e profondi, che rimandano al suicidio.
Dai suoi Diari.
“…la solitudine dell’anima, nella sua spaventosa autoconsapevolezza, è insopportabile, soverchiante.”
“Ho paura di affrontare me stessa. Sto tentando di farlo stanotte. Vorrei con tutto il cuore che esistesse una qualche forma di sapere assoluto, qualcuno a cui chiedere di giudicarmi e di dirmi la verità.”
“Non farmi disperare al punto di buttar via il mio onore per mancanza di consolazione; non farmi nascondere nell’alcol e permettere che mi laceri per degli sconosciuti; non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro; come giorno dopo giorno gocciola, si addensa, si coagula.”
Nel romanzo semiautobiografico ”La campana di vetro” la protagonista ossessvamene ripete “io sono, io sono, io sono”, un ribadire la propria esistenza nel mondo, un opporsi istintivo al desiderio di morte, un istinto estremo e inutile di autoconservazione, una sfida impari con se stessa.

