Nel 1990 moriva uno scrittore russo divenuto tra i più famosi nel secondo Novecento. Moriva a soli cinquantadue anni di un terribile cancro alla gola che dal 1985 lo costringeva a parlare con un apparecchietto sintetizzatore della voce. Una malattia dovuta all’alcol, perché Venedikt Erofeev era un inguaribile, impenitente, originalissimo alcolista. Dalla vita sgangherata, vagabonda, accattona. Gran parte dei suoi scritti sono andati perduti: dimenticati sui treni, usati dalla suocera per accendere il fuoco, scambiati per un po’ di vodka e, quando si dice nomen omen, al suo cognome basta cambiare una vocale per avere in russo il significato di “ ubriaco”. Di lui c’è arrivato pochissimo, il cosiddetto poema ferroviario, come lui lo definiva, “Moskva-Petuškì” e “Le memorie di uno psicopatico”. Il primo è quello che gli ha guadagnato la fama e lo ha circondato di un’aura leggendaria; venne scritto in un container dove lo scrittore era di guardia, in totale solitudine, con piena identificazione col protagonista di cui narra in prima persona.
Si tratta di un romanzo breve del tutto anomalo, fuori da ogni schema, nel quale, tra le nebbie dell’alcol, si riesce perfino a ridere. Si racconta il viaggio in un venerdì qualunque dalla stazione Kursk di Mosca, fino alla cittadina di Petuškì, a 120 km di distanza. Il protagonista vuole raggiungere suo figlio e la compagna, una prostituta alcolizzata, che lo aspetterebbero con ansia e amore ma tutto è ambiguo, sfuggente ad ogni classica identificazione di genere letterario e sugli eventi, cadenzati dai capitoli con i nomi delle varie stazioni lungo il percorso, non si ha la certezza che accadano davvero. La trama è circolare e alla fine del libro non solo riappaiono temi e nomi dell’inizio ma il treno, senza che il protagonista se ne accorga, starebbe tornando verso Mosca, e, lo strano viaggio, che doveva durare solo due ore, inizia col giorno, attraversa la notte, rivede la luce. Il tempo si dilata e a mano a mano Erofeev perde ogni riferimento spaziale e temporale. Gli effetti della sbornia seguono un ciclo, a seconda se sono più o meno lontani dall’assunzione dell’alcol. Più sono lontani, più il protagonista appare indifeso, disarmato nei confronti dell’insostenibilità della vita e allora gli eventi che accadono sul treno possono perfino essere accaduti così tante volte da apparire una condanna a rivivere ogni istante la stessa afflizione. E l’immagine esemplificativa di questa afflizione offerta dall’autore è quella del dipinto di Kramskoj “ Il dolore inconsolabile”, citato più volte, dove è ritratta una madre nel suo lutto senza redenzione e tutto intorno il tempo si fa immobile, asfittico e quel lutto si rinnova ad ogni giorno, ad ogni notte. Poi si intensificano gli effetti dell’alcol e torna l’euforia, come sulle montagne russe, come sull’aereo acrobatico.
Tornano i ricordi del protagonista che poi sono essenzialmente le bevute, mentre il treno, lo stesso viaggio e il suo scopo vengono relegati sullo sfondo: durante il percorso, infatti, affiorano i ricordi, gli aneddoti e le bevute che costituiscono l’essenza dell’opera. Il viaggio diventa cornice, espediente narrativo che rimane sospeso fra realtà e visione onirica. Il treno si trasforma infatti nello sfondo di un teatro artistico sul quale si rappresenta la parodia, la caricatura, la disperazione perché la vita quotidiana è troppo stretta. Così il tempo e lo spazio si dilatano spezzando i propri limiti e sul treno imperversano l’alcool e le ricette di assurdi cocktail ma anche immagini e citazioni provenienti dalle Sacre Scritture, dalla mitologia e dalla letteratura mondiale (Erofeev mostra di conoscere anche “ Cristo si è fermato a Eboli”). Nelle ricette dei cocktail è presente la lacca depurata e la continua riflessione del protagonista “ tutti sanno come si depura la lacca, nessuno sa com’è morto Pu.
Il libro è anche una sferzante ironia contro il potere burocratico e l’inefficienza del sistema russo e questo spiega molto bene come mai l’opera girasse clandestinamente in Russia dove venne pubblicata solo alla fine degli anni ’80.
I controllori sul treno non controllano il biglietto, che del resto nessuno possiede e chi l’avesse se ne vergognerebbe, i controllori sono solleciti nell’ottenere l’equivalente del biglietto in grammi di vodka.
Cos’è che fa di Erofeev l’uomo che è? Lui stesso dà la risposta:“ E’ la mancanza di propensione interiore all’adattamento sociale» ed è questo ciò che ci rende pericolosi?”
Potrebbe essere questa una diagnosi psicopatologica possibile dell’eccentrico Erofeev? “Mancanza di propensione interiore all’adattamento sociale”. Questa diagnosi testimonia la conoscenza dell’autore dei meccanismi burocratici e repressivi della politica psichiatrica dell’era brezneviana.
IL SINGHIOZZO
Troviamo l’analisi matematica e filosofica del singhiozzo: “ Meglio che lasciate agli yankees l’astronomia ultragalattica, ai tedeschi la psichiatria. Che quelle canaglie degli spagnoli vadano a vedere la loro corrida, che quei vigliacchi degli africani costruiscano la loro diga di Assuan, che la costruiscano pure, vigliacchi, tanto il vento gliela soffia via, che l’Italia si strozzi col suo ridicolo bel canto, noi, ripeto, occupiamoci del singhiozzo….otto-tredici-sette-tre provate a cercare qui una qualsiasi periodicità, sia pure approssimativa, provate, se siete stupidi ad introdurre una qualsiasi formula che sia in grado in qualche modo di prevedere la durata dell’intervallo successivo. Prego. La vita comunque capovolgerà tutte le vostre teorie sentimentali.
Diciassette-tre-quattro-diciassette-uno-ventitre-quattro-sette-sette-diciotto- …qui anche Marx ed Engels sarebbero stati impotenti a prevedere anche poche cose. Siete entrati per vostro capriccio nella sfera della fatalità. Rassegnatevi e siate pazienti. La vita capovolgerà la vostra matematica elementare e la vostra matematica superiore. Non è così nell’avvicendarsi delle ascese e delle cadute degli entusiasmi e delle disgrazie di ogni singolo uomo, che non c’è nessun accenno, neanche minimo, a una qualche regolarità? Non è così disordinatamente che si alternano nella vita umana le catastrofi? La legge è al di sopra di tutti noi. Il singhiozzo è al di sopra di ogni legge.”
Sul treno si affollano personaggi i più strambi, i più ridicoli, le discussioni più varie: sui Plenum, sull’ amore, sulla letteratura e sull’alcol si fanno sempre più confusi, comici, annebbiati, nella parte finale c’è un crescendo di disorientamento, il treno pare ormai andare in senso inverso, compare una stranissima Sfinge che pone cinque enigmi assurdi, torna anche Mitridate col coltellino, ciò che è esterno al treno e ciò che è interno si confondono, si sovrappongono, si identificano. Il delirio è ovunque fino al sabba finale nel quale il protagonista, inseguito da quattro uomini/diavoli viene ucciso con un punteruolo conficcato in gola.
Per tutto il romanzo abbiamo visto l’esposizione a nudo dell’anima del protagonista che mostra sempre una disperata umanità, un desiderio insopprimibile di avere dai suoi interlocutori, veri o finti che siano, un tangibile senso di reciproco sentimento, una qualche forma di commozione condivisa, un aiuto per resistere al deserto della miseria e alla freddezza della incomunicabilità. Questa sofferta ricerca fa sì che Venedikt rimanga incompreso, anima solitaria ma irriducibile nella sua costante richiesta di attenzione, nel suo bisogno di coltivare una pur minima speranza di redenzione, dice: «Mi rivolgo a tutti i parenti e agli intimi, a tutti gli uomini di buona volontà, mi rivolgo a tutti quelli che hanno un cuore aperto alla poesia e alla compassione».
All’inizio del romanzo Petuśki è la meta agognata di un breve viaggio, un posto incantato e innocente dove gli uccelli non smettono mai di cantare né di giorno, né di notte, dove il gelsomino non sfiorisce né d’estate, né d’inverno, dove la sua donna e suo figlio lo aspettano impazienti ma poi, a mano a mano che il tempo passa, Petuškì si confonde con Moska, diviene irriconoscibile e inconoscibile e nessun amore si trova lì ad aspettarlo. ” Cosa ti è rimasto? Al mattino gemiti, alla sera pianti, la notte, battere di denti. E a chi, a chi, al mondo, interessa il tuo cuore? A chi? Ecco, entra in una casa qualsiasi di Petuškì, chiedi, su una soglia qualsiasi.” Cosa vi interessa del mio cuore?”
Sono presenti gli autori russi più importanti– Turgenev, Čechov, Dostoevskij, Puškin – con i quali Erofeev si farebbe volentieri un bicchierino, certo di essere compreso in quel “dolore universale” che caratterizza e condanna le anime dotate di particolare intelligenza e sensibilità. Mentre muore, racconta: “ io non sapevo che ci fosse, al mondo, un dolore simile, e mi torcevo per il tormento. Una grossa, rossa lettera “JU” mi si è allargata negli occhi ha tremato e ,da quel momento, non ho più ripreso coscienza, e non la riprenderò mai più.” Significa che, morto Venedikt come personaggio, lo stesso autore non riprenderà mai più la sua coscienza? O è solo una beffa al lettore sulla doppiezza del ruolo?
Sembra inutile sottolineare come, dopo aver descritto nel libro la propria morte con un punteruolo che gli attraversa la gola, l’autore, alcuni anni dopo morirà per un terribile cancro alla gola. Una tragica visione profetica.

