La recente pubblicazione di una notizia relativa alle proteste di un gruppo di abitanti di viale Ippocrate a Roma (strada di un quartiere romano a ridosso della Città Universitaria) esasperati dallo svolgersi, sotto le loro abitazioni, della cosidetta movida, ripropone una questione di cui, nel corso di questi anni, si sono occupati un po’ tutti, dai sociologi agli psicologi, alle autorità di pubblica sicurezza.
Esiste un fenomeno sociale che sta rischiando di creare una profonda frattura generazionale e ingigantire una serie di disagi che portano a situazioni anche esaperate di conflitto.
Stiamo parlando della proliferazione delle cosidette “zone della malamovida” ovvero quei luoghi di aggregazione tra i giovani che si ritrovano dentro (pochi) e fuori (la maggior parte) da locali e localetti che continuano a spuntare come funghi uno accanto all’altro. E’ un fenomeno che interessa quasi tutte le grandi città italiane e che pone seri problemi agli abitanti delle strade coinvolte. E non si tratta solo del disturbo acustico, perché il consumo indiscriminato di alcol induce spesso a comportamenti fuori dalle righe, aggressivi e antigienici e lascia, il giorno dopo, una situazione di degrado e sporcizia.
Ora, la domanda da porsi è: c’è qualcosa che si può fare prima che questo conflitto, potenzialmente pericoloso, esploda in modo ancora più violento e irreversibile?
La risposta però non è semplice. Secondo la nostra opinione il femomeno va analizzato essenzialmente sotto due diversi profili: quello della PREVENZIONE e quello della REPRESSIONE.
E partiamo proprio da quest’ultimo aspetto perché è evidente che il fenomeno vada in qualche modo contenuto, senza per questo intaccare i più elementari diritti alle libertà individuali. Qui non si tratta di impedire a giovani cittadini di sostare nella pubblica via, ma di impedirne gli eccessi e, senza dubbio, la matrice di quest’ultimi è da ricercarsi nel consumo di alcolici.
Prendiamo come esempio la città di Roma, oltre che per le dimensioni del fenomeno, anche per il particolare momento che attraversa: con un provvedimento dello scorso 24 ottobre il Sindaco, in previsione dei disagi che si sarebbero creati con lo svolgimento degli eventi dell’Anno Giubilare, ha infatti disposto il prolungamento fino all’11 gennaio del 2026 dell’ordinanza con la quale si ordinava la chiusura degli esercizi di vicinato del settore alimentare nelle giornate di venerdì, sabato e domenica, dalle ore 22 alle ore 5 in numerose vie e piazze di quasi tutti i Municipi cittadini (undici dei quali sull’intero territorio). Vengono però esclusi quelli che consentono la consumazione sul posto mediante tavoli collocati all’interno del locale. Una misura senz’altro necessaria, ma sarà anche sufficiente? Il dubbio permane, anche in funzione delle multe previste per eventuali violazioni (multe per altro stabilite da un decreto legislativo del 2000): da 75 a 450 euro euro. Insomma per molti esercenti sarà più conveniente rischiare la multa che rinunciare ad una parte consistente della propria clientela quella, per capirci, che entra a prendere da bere e poi si raduna sul marciapiede antistante. Senza considerare che per far rispettare le ordinanze occorre intensificare i controlli, scontrandosi con i cronici problemi di organici ridotti e di difficoltà finanziarie nell’erogare gli straordinari notturni.
Ma la questione è ancora più grave sotto un altro profilo: il proliferare dei locali dove consumare alcolici a basso costo nasconde ben altro. Già nel 2020 sul quotidiano la Repubblica si leggeva, a proposito del quartiere di Trastevere: “Almeno tre locali sono stati comprati da gente di Napoli – racconta il titolare di un pub, alludendo alla camorra – arrivano con le valigette piene di soldi, e quando subentrano abbassano la qualità, fanno una concorrenza spietata sui prezzi e così alimentano la movida violenta”. D’altronde se lo scopo principale dell’impresa commerciale è quello del riciclo del denaro sporco, abbassare i prezzi degli alcolici favorisce l’affllusso di clientela e non incide sui guadagni previsti ovvero “lo sballo a prezzo di saldo”. La soluzione? Forse richiedere la certificazione antimafia anche per i gestori degli esercizi, ma chissà se potrà bastare.
E veniamo alla questione prevenzione e a cercare di capire perché il consumo di bevande alcoliche sembra essere l’unico veicolo possibile che tantissimi giovani utilizzano per relazionarsi tra loro.
In un report del 2018 pubblicato dall’Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcol in collaborazione con l’Istituto di Tecnologie Biomediche del CNR si legge “Fino alla metà degli anni novanta non si configura, almeno in Italia, un quadro teorico ben preciso. Questo comincerà a prendere forma grazie all’elaborazione di una tipologia di stili del bere giovanile ad opera di E. Forni, realizzata nel 1997 (Beccaria, 2010). L’autrice individua dieci stili del bere: 1. conviviale 2. consumistico-dissetante 3. alimentare 4. cerimoniale-rituale 5. omologante 6. trasgressivo 7. sperimentale del limite (edgework) 8. protagonistico (starring) 9. anestetizzante 10.anti-vuoto “.
Una classificazione che fa riflettere sulla complessità del fenomeno: l’origine della “malamovida” sembra avere molto a che fare con un’evoluzione del contesto sociale che da “conviviale” precipita via via sempre più giù fino a “anestetizzante” e “anti-vuoto”.
Anche qui le soluzioni o mancano o sono difficilmente praticabili. Noi ci limiteremo a dire che difficilmente si potrà prescindere, nella ricerca di contromisure al degrado dilagante, da una corretta informazione, ad esempio sui rischi per la salute. E i binari lungo i quali procedere sono già tracciati: un miglioramento nei rapporti familiari, sensibilizzando al problema i tanti genitori distratti, a causa del lavoro o di carenze culturali e l’apertura di spazi di ascolto e di supporto psicologico all’interno degli Istituti Scolastici.
Informare ed assistere, senza lasciarsi fuorviare da forme di prevenzione mentale, è la classica goccia nel mare. Ma intanto è sicuramenre un inizio.

